Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

venerdì 5 aprile 2013

Visite notturne...



Night Visits

Qui c’è vento, c’è sempre vento, e anche quel giorno l’aria, le fronde degli alberi, la polvere e le foglie secche si muovevano vorticosamente, senza alcuna pietà verso i passanti infreddoliti che cercavano di raggiungere le proprie abitazioni. I marciapiedi brulicavano di persone nervose che li percorrevano in entrambi i sensi di marcia con passo spedito. Le folate di vento plasmavano i loro capelli in bizzarre sculture in movimento, come se fossero guidate dalla mano di un bambino in preda all’ispirazione artistica, ma con le idee ancora un po’ confuse.
Le ombre della sera cominciavano a formarsi e a riunirsi in gruppi sempre più estesi, mentre i lampioni, timidamente, iniziavano a far percepire la loro presenza. Nessuno fa caso ai lampioni quando sono spenti, eppure sono sempre li, immobili, in attesa di poter guidare i passi degli uomini quando il sole si ritira. Che ci sia via vento o no.
Con l’espansione dell’oscurità e il conseguente, repentino, calo della temperatura, la fauna cittadina si ridusse in piccoli e radi sciami. I vuoti sui marciapiedi divennero sempre più vasti e il vento ne prese possesso, guadagnando sempre più spazio. Sino a quando rimase da solo, con la sua coda di polvere, cartacce e foglie, a depredare la città e le sue strade deserte.
I lampioni vacillarono battuti dalle raffiche sempre più violente e, nel giro di pochi secondi, si spensero, uno alla volta, in rapida sequenza.
L’illuminazione pubblica morente lasciò la scena al buio e ad alcuni animali in cerca di un riparo.
Ma l’oscurità assoluta durò solo alcuni istanti, perché, subito dopo, una luce intensa, bianchissima e fredda inondò di un bagliore irreale la notte. Il vento si ritirò come se fosse stato risucchiato d’improvviso dalle montagne dove si era formato. I pezzi di carta, le foglie e qualche sacchetto di plastica planarono dolcemente sulla strada deserta e li si fermarono, sotto il fascio di luce bianca. Nel silenzio assoluto.
Intorno alla fonte luminosa la temperatura risalì velocemente e il buio circostante, l’aria e l’atmosfera si tinsero di sfumature più chiare; mutando in una sorta di grigio ovattato. Gli oggetti e la flora adiacenti persero qualcosa in definizione; i loro contorni sfumarono nel riverbero della luce.
Gli animali che non fecero in tempo a nascondersi restarono immobili davanti al bagliore pulsante, con le pupille dilatate e l’esplosione luminosa impressa indelebilmente nella retina. 
E la luce cresceva, guadagnandosi spazio verso altre strade e viali bui della città inerme.
Poi ci fu un rumore sordo che squarciò il silenzio. La terra tremò per qualche istante e la grande luce interruppe la sua espansione, per assestarsi definitivamente in un’area di alcune centinaia di metri quadrati, forse un chilometro o poco meno.
Intorno a essa tutto era fermo, apparentemente senza vita. Il silenzio era fragoroso e inquietante.
In seguito, qualcosa, un’ombra indefinita, si formò ai piedi di quell’enorme candore accecante. E, subito dopo, ne seguì un’altra e un’altra ancora. E si muovevano, lentamente, ma si muovevano.
Nel volgere di pochi minuti la strada venne invasa da decine, forse centinaia, di ombre che si stagliavano contro luce e avanzavano in silenzio in tutte le direzioni. Dopodiché la fonte luminosa svanì nel nulla e la notte riprese possesso del suo territorio. 
Gli esseri camminavano, lentamente; con un passo strascicato e uno strano ondeggiare delle teste, quasi fossero fissate in modo precario sui colli, o fluttuassero sopra di essi senza essere fisicamente collegati. 
Nella notte non risuonava alcun rumore né si percepiva alcun odore. 
Il silenzio seguiva l’invasione e la città inerte non opponeva nessuna resistenza, anzi apriva le sue porte, apriva i suoi meati, senza pudore né timore alcuno.
Gli invasori entrarono nelle case.
Cominciarono a rovistare, lentamente, con calma, guidati dall’analizzatore della composizione dell’aria e dal loro olfatto. 
Gli abitanti della città restarono immobili. Ma non perché fossero paralizzati dalla paura, bensì perché non erano assolutamente in grado di muoversi; i muscoli non rispondevano ai comandi e la percezione di quello che stava accadendo giungeva distorta e sfumata nei cervelli. La paura e l’istinto di sopravvivenza avevano abbandonato la casa; le emozioni e le sensazioni erano svanite nel nulla. L’intrusione di quegli strani esseri veniva percepita come assolutamente normale, tranquilla e pacifica. Un vecchio, addirittura, aprì la porta ai visitatori e restò fermo davanti all’uscio, con il capo chino e la testa vuota, sino a quando non entrarono tutti. A quel punto richiuse la porta e raggiunse gli altri componenti della famiglia al centro del soggiorno e li spense il motore.
Gli esseri umani guardavano, ma non riuscivano a vedere. I loro occhi non riuscivano a mettere a fuoco; i loro cervelli non riuscivano a capire e ad analizzare le informazioni che vi giungevano.
E gli invasori non li degnavano neppure di uno sguardo. Andavano dritti verso la loro meta, seguendo le indicazioni delle cellule olfattive e delle loro apparecchiature.
Entrarono in bagno, in un gruppo talmente folto da essere costretti a salire uno sopra l’altro. Quello più vicino all’obiettivo afferrò lo spazzolone, si mise a scrostare il water e avvicinò il suo prezioso raccolto alle narici. Una volta analizzato il materiale fece un cenno affermativo con il capo e gli altri, che sino a quel momento avevano osservato la scena in religioso silenzio, esultarono con grida stridule e ampi gesti degli arti superiori.
Una volta esaurita l’energia della manifestazione di gioia, si misero a confabulare tra loro, dapprima in modo pacato, poi con crescente fervore sino ad arrivare alla soglia dello scontro fisico.
Quello che aveva analizzato le particelle scure pescate dal wc, scagliò lo smerdolino per terra e urlò più di tutti.
Infine, uscirono dal bagno in fila indiana. Passarono davanti agli esseri umani, ignorandoli completamente, e lasciarono la casa per recarsi a fare altre visite nelle abitazioni vicine, sicuri di trovare qualcosa di meglio; ormai sapevano dove cercare.
Nell’abitazione seguente trovarono un vecchio seduto sulla tazza. Lo scagliarono a terra senza troppi riguardi e s’impadronirono delle sue feci. Uno degli esseri fece una rapida analisi del maltolto e, una volta verificata la buona qualità del prodotto, lo depose in un sacchetto trasparente comparso magicamente tra le sue dita lunghe e sottili.
L’eccitazione correva veloce nelle sinapsi di quegli esseri grigi; erano agitati e visibilmente soddisfatti del loro bottino, anche se gli esseri umani, immobili al centro della sala, non se ne accorsero.
Prima di abbandonare la casa, l’attenzione di uno dei grigi venne attirata da un gatto e dalla sua lettiera, posta in un angolo della stanza. L’essere si avvicinò e si mise a scavare con le dita, sino a quando trovò quello che stava cercando; si portò il pezzetto di feci indurito nei pressi delle narici e ne verificò la qualità.
Gli altri, intanto, formarono un semicerchio intorno al perito, in trepidante attesa di una sua comunicazione. Ma, questi, dopo qualche secondo di analisi del materiale, scosse il capo, manifestando chiaramente la sua delusione. Evidentemente la merda del gatto non conteneva gli stessi elementi di quella umana. Ma l’alieno non la gettò via; la mise dentro un altro sacchetto e la fece sparire nel suo corpo senza tasche. Forse gli escrementi degli altri animali, seppur meno nobili di quelli umani, potevano avere anch’essi una certa utilità nel pianeta Kotoran. 
Gli alieni si precipitarono fuori e corsero, o meglio, scivolarono velocemente sull’aria, in direzione della loro astronave.
Una volta raggiunta, uno di loro svuotò il contenuto di un sacchetto in una piccola apertura a losanga situata nei presi dello sportello di accesso alla nave. Dopodiché si accese una piccola luce verde e la losanga si richiuse.
Gli esseri esultarono e si lanciarono dentro l’astronave, esultando per il successo dell’impresa.
La nave partì senza emettere alcun suono e, in pochi secondi, sparì nel cielo stellato.
Subito dopo i lampioni si riaccesero; gli esseri umani si ripresero dal loro torpore catalettico e la vita riprese il suo corso. A molti parve di svegliarsi di soprassalto a causa di un incubo; qualcuno non si accorse di nulla e qualcun altro si ritrovò disteso per terra anziché sul letto.
In una delle case visitate i familiari raccolsero un vecchio dal pavimento del bagno, mentre il gatto scavava disperatamente alla ricerca delle proprie feci deposte proprio li, solo qualche ora prima.
Nessuno si ricordava niente di quell’incontro ravvicinato del VIII tipo;  avevano cancellato l’ultima ora di vita dalle loro menti. In qualche persona restava solo una vaga sensazione di qualcosa di strano che era avvenuta in piena notte, ma non erano in grado di definire meglio di cosa si trattasse. In molti si riaddormentarono, con uno strano torpore agli arti e una, ancora più  strana, sensazione di affaticamento che interessava tutta la muscolatura.
L’arrivo del mattino spazzò via tutte le stranezze della notte e la città si stiracchiò i muscoli indolenziti e riprese il suo lavoro.
Ma, con le prime ombre della sera, si verificò un fatto insolito: tutti gli abitanti, contemporaneamente, avvertirono dei forti dolori addominali e si dovettero precipitare di corsa al bagno. Nelle case abitate da famiglie numerose, soprattutto nei casi in cui disponevano di un solo bagno, volarono insulti e ci furono delle vere e proprie risse per impossessarsi del trono. In molti casi la gente si dovette arrangiare con alcuni presidi di fortuna, quali vasi, scatole, piatti, cespugli o buste.
In una casa, dietro a una finestra, un bambino intento a scrutare il cielo esclamò: "Maledetti ladri di merda!"
E i lampioni si spensero...







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