Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

lunedì 21 marzo 2016

Favolazza


C’era una volta una piccola principessa. Era grassa, brufolosa e pelosa, e anche un po’ scassa cazzi a dirla tutta. 
Ella viveva nel vecchio castello reale in cima al colle, insieme al vecchio sovrano rincoglionito e alla corte decadente e sodomita. Le mura possenti e le alte torri sovrastavano la ridente cittadina di Schlofsburg spalmata umilmente ai piedi del colle. L’austera costruzione si specchiava nelle acque placide del lago Sigfrid che lambiva le pendici dell’altura da una parte, mentre sulla sponda opposta si stagliava, imponente e minacciosa, la Foresta Nera. Questa era rispettata e temuta dal popolo molto più delle leggi del vecchio Re. Si diceva che fosse abitata da terribili creature assetate di sangue che però nessuno aveva mai visto ma che ognuno sapeva descrivere minuziosamente, con dovizia di particolari, pur sempre diversi e variabili a seconda della predominanza o meno della componente fantasiosa nella capoccia del narratore; come anche cambiavano forma, aspetto e attitudine in base al tasso di umidità e all’eventuale presenza di un processo digestivo in atto.
Ma i capricci della piccola principessa erano temuti dal popolo ancor di più delle bestie immonde che scorrazzavano nella Foresta Nera.
La piccola stronza era in grado di frantumare i coglioni anche delle anime più pie, quiete e pazienti di Schlofsburg. Quando calava giù dal colle con il suo codazzo di ancelle e militi si dilettava con la plebe come se si trattasse delle sue bambole, dei suoi giochini di bimba viziata. Lungo la scalinata che seguiva dolcemente l’inclinazione del pendio si divertiva a far frustare dalle guardie gli storpi che mendicavano, trovava grande soddisfazione a far rompere le uova nei cesti delle venditrici ambulanti e a commettere altre nefandezze inenarrabili. Era fatta così. Faceva tutto questo solo per il suo malsano divertimento e ogni volta rideva di gusto dietro alla manina paffuta, e più il tasso di colesterolo nel suo sangue cresceva e più godeva delle disgrazie di poveri e infermi.
Il suo nome era Leopolda Von Katsenbach e questa è la sua storia.

Una sera d’inverno la corte era riunita nella sala degli arazzi. Il Re aveva voluto tutti intorno a sé per dar maggior risalto ed enfasi alla comunicazione della sua importantissima decisione. I giullari, i musici e i saltimbanchi allietarono l’attesa del discorso con le solite patetiche cazzate che non interessavano più neanche agli arazzi consunti. Le dame bisbigliavano e spettegolavano in piccoli gruppetti, suddivisi per il differente orientamento politico.
Quando, a un certo punto, il vecchio Re impose il silenzio con un solenne gesto della mano destra. Immediatamente la corte ammutolì e si predispose in trepidante attesa per cogliere al meglio le importanti comunicazioni del sovrano. Con il capo chino e le orecchie protese per afferrare ogni sillaba proveniente dalle corde vocali regali.
Ma l’attesa si protrasse più a lungo del previsto, e il silenzio ossequioso e carico di aspettative divenne pesante e imbarazzante.
Il vecchio Re non si ricordò più cosa doveva dire e cosa doveva fare. Si guardò intorno, spaesato e intimorito, alla ricerca dell’ispirazione giusta che facesse spiccare il balzo alla sua memoria arrugginita.
Ma l’ispirazione non arrivò, e i suoi occhi disperati incontrarono solo altri occhi e altri sguardi ancora più vuoti e preoccupati dei suoi. La vecchiaia stava guadagnando terreno al gran galoppo e la corona vacillava sempre di più.
La testa del Re si svuotò d’improvviso di ogni contenuto; il suo cervello era divenuto territorio di caccia per il nulla, e tutti gli occhi della corte gli stavano addosso. E facevano male.
Non avrebbe voluto trovarsi lì davanti a tutti, sopra il suo maestoso trono ricoperto di velluto rosso e foglie d’oro, rialzato di quasi mezzo metro rispetto al pavimento riservato ai comuni mortali. Troppo in alto per nascondersi dagli sguardi. Troppo in alto per poter sparire. Tanto in alto da rischiare di cadere.

Il silenzio si prolungò dolorosamente per altri lunghissimi e atroci minuti sino a quando la principessa Leopolda abbandonò la sua scomoda seduta, si riassettò le vesti damascate e si diresse con la grazia di un facocero verso l’involucro che conteneva quel che restava di suo padre.
Ululò e sputacchiò davanti alla sua faccia senza che questi riuscisse a comprendere una sola parola, e infine afferrò la corona con le dita untuose e sudaticce e se la piazzò in testa tra i boccoli marroni.

La piccola principessa si auto proclamò regina e nessuno ebbe niente da dire né alcuna obiezione da fare. Non c’erano persone così coraggiose nella corte di Schlofsburg.

Il vecchio Re venne portato via dalle guardie, con garbo ma anche con una certa urgenza. Ma probabilmente lui non si rese conto di nulla e si ritrovò nei suoi appartamenti, senza corona, senza trono, e senza esserne cosciente.
La giovane Regina, invece, era ben consapevole del drastico mutamento del suo status. Fin troppo. E ne approfittò subito.

Quando ancora la corona era farcita di forfora del sovrano decaduto fece giustiziare i saltimbanchi e i giullari di corte. Non le erano mai piaciuti.
Subito dopo si occupò delle casse del regno.
La blanda legge del governo del re e le sanzioni ancora più blande per chi non le rispettiva vennero spazzate via in un colpo solo. Leopolda aumentò tasse e gabelle e inasprì le pene per chi non rispettava le sue disposizioni. Conseguentemente dii pari passo con l’incremento delle entrate crebbero la sua mole e il suo tessuto adiposo.
La regina Leopolda divenne immensa in tutti i sensi e il terrore, grasso, unto e aromatico, dilagò nelle terre del regno. D’un colpo si era concluso il lungo capitolo dedicato alla pace e alla prosperità, ma al contempo anche quello che riguardava la decadenza, la sodomia e il lassismo. 
Venne il tempo della spada, dei dazi e delle esecuzioni pubbliche nella piazza d’armi.

Già pochi giorni dopo il suo insediamento sul trono fece rinchiudere in convento tutte le fanciulle giovani, magre e belle del regno.

Poi la regina si occupò personalmente degli uomini d’arme. Fece mozzare la testa a tutti gli ufficiali che avevano servito il vecchio re e li rimpiazzò con i condottieri più sanguinari e crudeli. I più feroci avanzi da forca prezzolati che erano disponibili sul mercato assunsero le cariche più importanti e influenti nell’esercito e nella corte. La regina incrementò anche il numero dei soldati e il loro stipendio, e gli armò con le corazze migliori e l’acciaio migliore esistenti nel regno e forse sulla terra. Le lame forgiate dai mastri fabbri del regno divennero le più temute e rispettate del mondo conosciuto.

In questo modo Leopolda si guadagnò il rispetto - e il timore - degli altri sovrani e delle genti di tutto il globo.
In molti vennero alla sua corte per offrire doni e amicizia, stringere alleanze o complottare contro i propri nemici sotto la sottana di Leopolda. Lei accolse tutti, ascoltò e benedisse con la sua mano paffuta ogni re o nobile che si presentava ai piedi del suo trono. Ma poi, una volta incassati doni e offerte e congedati i visitatori, faceva il cazzo che voleva. A volte mandava i suoi cavalieri a mettere a ferro e fuoco il castello di qualcuno di quei lecca-culo senza dignità. Altre volte incaricava un messaggero per informare le vittime dei complotti e in questo modo si scatenavano guerre e ritorsioni in tutti i regni circostanti. In tutti tranne in quello di Leopolda che, a differenza degli altri, continuava a incrementare il contenuto dei propri forzieri e a espandersi in ogni direzione, come un’inarrestabile alta marea. E nessuno osò più varcare i territori del regno con le armi in pugno.

Leopolda trascorreva il tempo a dare ordini ai suoi discepoli e a cavalcare nelle verdi campagne intorno a Schlofsburg, sulle rive del lago Sigfrid. Proprio in una delle sue escursioni a cavallo si verificò un piccolo incidente: l’animale s’imbizzarrì quando, lanciato al galoppo dalla sovrana, si avvicinò un po’ troppo alla Foresta Nera. La regina riuscì a non cadere abbracciando con tutto il suo peso e tutta la sua forza il collo del cavallo. Ma perse una scarpa. Una delle sue scarpe tempestate di brillanti e ricamate d’oro che facevano schiattare d’invidia le regine, le nobili donne e le cortigiane di tutti i regni.
La fece cercare per giorni e giorni da una squadra di cento uomini senza alcun risultato. Per protesta vagò nelle sale del castello con una scarpa sola e non ne volle sapere di metterne un altro paio. In compenso ogni volta che le squadre di ricerca ritornavano al castello a mani vuote si occupava personalmente di frustarli ad uno a uno, per intere ore. In molti morirono sotto i suoi colpi. L’ira di Leopolda era irrefrenabile.

Ma un giorno, uno dei mostruosi abitanti della Foresta Nera trovò una scarpetta da donna ai piedi dell’ultimo albero della foresta. Più che una scarpetta, era una scarpa, anzi no, uno scarpone, date la dimensioni ragguardevoli. Se la rigirò tra le mani pelose e ne ammirò il luccichio sfavillante creato dalle pietre preziose incastonate che riflettevano i raggi solari, e subito riconobbe il simbolo reale di Schlofsburg.
Decise di riconsegnare il prezioso oggetto alla legittima proprietaria, ma per poterlo fare era necessario qualche accorgimento. Lui, il mostro della foresta, non poteva passeggiare impunemente per le vie di Schlofsburg senza suscitare orrore e violenza tra le genti del regno, lo sapeva benissimo. Perciò decise di coprirsi con un mantello con il cappuccio per non destare sospetti e timori negli abitanti, fin troppo curiosi, di quelle terre. Tuttavia non si accorse che il mantello e il suo cappuccio erano di un rosso acceso ben poco adatto per passare inosservato. Il mostro era daltonico.
Nonostante tutto riuscì a raggiungere la porta del castello senza incidenti di alcun tipo. Le guardie gli sbarrarono la strada con le loro alabarde e lui mostrò loro il prezioso oggetto che custodiva accuratamente sotto il mantello. Ma, in quanto mostro, l’abitante della foresta non sapeva esprimersi con il linguaggio umano e perciò non seppe rispondere alle domande dei soldati, i quali, inorriditi dalla sua vista, sferrarono dei micidiali fendenti con le loro armi e aprirono in due il generoso e ingenuo mostro.
I militari spazzarono via i resti dell’abominevole creatura e chiamarono il comandante della guardia per consegnarli il corpo del reato.
In breve la scarpa si ricongiunse con il piede grasso che l’attendeva da giorni e Leopolda Von Katsenbach riacquistò il suo migliore sorriso. Subito dopo, però, volle informarsi su chi l’avesse ritrovata e venne a conoscenza di come si erano svolti i fatti nel posto di guardia. Inaspettatamente la regina andò su tutte le furie e fece giustiziare i responsabili senza neanche ascoltare le loro ragioni. Dopodiché inviò una pattuglia nella Foresta Nera per rintracciare la famiglia del mostro affettato dalle sue guardie per riconsegnare quel che restava del corpo del congiunto e per offrire alcuni doni reali che alleviassero in qualche modo la terribile perdita.
Gli armigeri si misero in marcia malvolentieri, ma non dissero niente per non incorrere nell’ira di Leopolda. Raggiunsero il confine con la foresta e lì lasciarono i cavalli che proprio non ne volevano sapere di addentrarsi tra le sue ombre inquietanti. Seguirono un sentiero tra gli alberi nella penombra minacciosa, seguiti da rumori strani e odori pungenti. Ma, nonostante i loro timori, raggiunsero indenni una piccola casetta in legno che presupponevano fosse l’abitazione dei mostri o di qualche loro simile. Bussarono educatamente alla porta. Nessuno rispose. Eppure si udivano chiaramente delle voci e dei rumori indefiniti all’interno della casa. I militi insistettero a lungo senza alcun successo. Mentre le tenebre calavano sinistramente sulle chiome degli alberi mosse dal vento e iniziavano ad avvolgere le loro armature. Il freddo si faceva sentire con sempre maggiore intensità e tra le fila dei soldati iniziò a serpeggiare la paura.
Dopo una lunga attesa, carica di tensione, rumori inquietanti e voci misteriose, decisero di aprire la porta anche senza autorizzazione e dopo aver provato a spingere con delicatezza, la buttarono giù a colpi di mazza e si precipitarono all’interno. Si fermarono davanti a una branda dove una vecchia, completamente nuda, flaccida e avvizzita, copulava selvaggiamente con un grosso lupo grigio dagli occhi fiammanti. I soldati sconvolti dalla scena misero mano alle armi e, senza attendere l’ordine del capitano, trapassarono con le spade i corpi dei due amanti.
Le teste smisero di ansimare e ricaddero pesantemente sul cuscino.
Il capitano vomitò. I soldati spostarono i corpi, con gli organi genitali ancora uniti nel più immondo degli amplessi. I corpi degli amanti trascinarono appresso il cuscino, ricoperto di bava e di chissà quale altro fluido, e in questo modo si scoprì un piccolo oggetto che, evidentemente, si trovava al di sotto di esso. Il capitano, coprendosi con uno straccio la bocca, si chinò per analizzarlo meglio e vide chiaramente, al di là di ogni ragionevole dubbio, una piccola bambola con le fattezze della loro corpulente regina, infilzata da un buon numero di spilloni acuminati.
Il comandante della pattuglia si avvicinò ancora e vide alcune minuscole goccioline di sangue in corrispondenza dei punti d’inserzione degli spilli. Si avvicinò ancor di più e vide le minuscole labbra di pezza del pupazzo aprirsi. Gli parve anche di udire la sgradevole voce gracchiante della regina, ma su questo particolare non poteva giurarci.
La pattuglia si ritirò verso le terre dei Von Katsenbach, convinta di aver fatto solo il proprio dovere. La regina avrebbe capito.
Giunsero senza intoppi al castello, ma qui notarono subito che qualcosa non andava. C’era agitazione tra i sudditi e i vassalli. La gente correva avanti e indietro, alcuni urlavano, altri piangevano. Qualcun altro approfittava della confusione per intrufolarsi nella dispensa della corte.
La pattuglia entrò nelle sale reali. Le porte erano spalancate e non c’era nessuna guardia a presidiare gli ingressi.

Nel bel mezzo della sala degli arazzi Leopolda Von Katsenbach giaceva inerme, con le gambone divaricate e con una sola scarpa indosso.
Da un angolo della bocca sgorgava un fiotto di sangue brunastro.
Il capitano si chinò verso il corpo. Non avvertì alito né alcun segno di vita dall’immenso ammasso di carne reale.
Si avvicinò ancora un po’ e accostò l’orecchio alle labbra della regina. Con una mano fece cenno di tacere a quel che restava della corte, perché gli parve di udire qualcosa.
Nel silenzio totale Leopolda Von Katsenbach, prima di esalare l’ultimo respiro, riuscì ad esprimere l’ultimo dei suoi pensieri:
- Vaffancul…

E (quasi) tutti vissero felici e contenti.



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