Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

lunedì 8 febbraio 2016

Cinque anime sotto spirito

Una sera al bar 2.0 - reloaded - da "Fantasmi Fritti a Cena"



Era notte, o almeno così pareva alle loro teste colme d’alcol. Gli occhi roteavano stancamente alla ricerca di un qualche stimolo per un nuovo discorso, mentre andava spegnendosi l’eco della risata relativa alla storia precedente.
Gino, che era il più anziano e forse anche il più assennato, si alzò, aiutandosi con la pressione delle nocche delle dita sul vecchio tavolino sciancato. Scrutò attentamente le pupille liquide dei suoi compagni e, accertatosi che lui stesso e nessun altro avessero qualcosa da dire, decise che era meglio rimettersi seduto. Le parole annegarono nel gargarozzo ricolmo di alcol, ancora prima di essere formate, ma nessuno ci fece caso.
All’interno del piccolo locale, avvolti dalla spessa nube di fumo, erano rimasti solo loro cinque: Gino, Andrea, Thomas, Giorgio e forse anche il Chiavica, ma su quest’ultimo c’era qualche dubbio in quanto nessuno era sicuro della sua effettiva presenza spirituale. Fuori, nella strada, i rumori andavano scemando, si avvertivano solo i passi solitari di qualche ritardatario e il latrare di un cane distante diversi isolati.
La vecchia barista flaccida sonnecchiava sul bancone sollevando ritmicamente i suoi riccioli oleosi con le sue espirazioni pestilenziali. Per lei si era fatto tardi, molto tardi; più passavano gli anni e più non era in grado di reggere il ritmo di quella banda di ubriaconi. Le ore si erano fatte talmente piccole che ormai non riusciva più a vederle, forse anche perché teneva gli occhi chiusi.

Al tavolo dei cinque amici il lampadario polveroso ondeggiava sinistramente sulle teste prive di pensieri, quando, Gino si alzò nuovamente, non senza fatica questa volta. Ma in questa occasione non aveva alcuna intenzione di iniziare un discorso, bensì accompagnò la propria vescica a risolvere uno specifico problema fisiologico, senza dire una parola.
Mentre era impegnato nel soddisfacimento del relativo bisogno, rifletteva in merito all’effettiva utilità sociale della barista in letargo che, oltre a russare sonoramente, non adempieva ai propri doveri. Quindi ritornò dagli altri, provò il meccanismo delle corde vocali schiarendosi la voce e, dopo essersi guardato intorno con circospezione ed essersi accertato che non fosse entrato nessun altro avventore nel locale, avvicinò le labbra all’orecchio di Giorgio, che sembrava il più vigile dei quattro, e gli sussurrò:
- Senti Thomas, mi è venuta un’idea.
- Ma io non sono Thom…
Gino lo interruppe bruscamente: 
- Dicevo…Thomas, qua l’ambiente è piccolo, l’aria è viziata e come se non bastasse quella vecchia puzzola del Chiavica ci si mette anche quella maledetta grassona in grembiule con le su esalazioni fetide. Bisogna fare qualcosa.
- Già... - rispose Giorgio.E Gino proseguì nell’esposizione della sua idea:
- Senti Thomas, adesso tu ti avvicini lentamente alla porta e abbassi la saracinesca, senza fare troppo rumore, mi raccomando. Io aggiro il mostro , lo prendo alle spalle e ne estinguo la specie una volta per tutte. Un lavoretto semplice, pulito, rapido e indolore. Chiaro?
Giorgio non rispose, e anche se poco convinto, si alzò, barcollando vistosamente. Ad ogni passo sentiva il vino spostarsi ora a destra ora a sinistra, tra un peto e l’altro; praticamente aveva un motore ibrido che andava a metano ed etanolo. 
Nonostante tutto riuscì a trascinarsi sino alla porta, ma una volta arrivato a destinazione non ricordò più cosa c’era andato a fare. Dopo alcuni minuti fu richiamato sulla terra dalle imprecazioni di Gino e quindi, data la bassa statura, spiccò un balzo per afferrare la maniglia della serranda, ma la mancò per pochi centimetri e si schiantò rovinosamente per terra, rompendosi alcuni denti sui gradini dell’ingresso.

Gino si lasciò cadere sulla sedia e, tra una bestemmia e l’altra, gli cascarono le braccia per terra, le raccolse svogliatamente, mentre il rumore provocato da Giorgio riportò allo stato di coscienza gli altri tre, ma non la barista che si era lasciata andare e dormiva beatamente adagiata sui bicchieri sporchi e alcune blatte che trotterellavano allegramente sulla sua pelle squamosa. Borbottò qualcosa, ma non si accorse di nulla; aveva ancora gli occhi chiusi.

Gino si rialzò e, facendo finta di niente, si avvicinò a quello che restava di Giorgio e, fischiettando incurante dei lamenti di quel mucchio ansimante di ossa, alcol, gas e vestiti, lo spinse con un piede sino a farlo ruzzolare giù in strada. Infine afferrò la maniglia della saracinesca, dato non aveva bisogno di saltare perché la statura glielo permetteva, la abbassò lentamente senza fare troppo rumore e ritornò verso il tavolino dove gli altri tre, in preda alla disperazione, cercavano, non senza qualche difficoltà, di capire quel che stava succedendo.
Gino si appoggiò con i gomiti sul tavolo e, allungando il collo tra le teste fumanti dei suoi amici, disse:
- Facciamo così - e indicò Thomas. - Tu attacchi a sinistra, Andrea a destra, io da dietro e il Chiavica si occupa dell’attacco frontale, così può narcotizzare il nemico con le armi chimiche e batteriologiche del suo cavo orale. La vittoria è sicura.

I tre rimasero a bocca aperta e si scambiarono sguardi interrogativi e dubbi animati, senza riuscire a capire granché, sino a quando Gino chiuse la bocca del Chiavica con un colpo sotto il mento, perché le esalazioni stavano diventando pericolose, e si avvicinò al bancone invitando gli altri a seguirlo.
Le operazioni di accerchiamento del nemico si rivelarono ben più complicate e lunghe del previsto, soprattutto causa del precario equilibrio di tre quarti degli aggressori che, tra l’altro, non avevano capito bene qual era il piano del Gino.
Nonostante tutto riuscirono ad arrivare alla meta seguendo lo schema attentamente studiato senza aver detto una parola, forse acquisito grazie al principio dei vasi comunicanti.
Thomas e Andrea afferrarono le braccia della barista. Il Chiavica le sollevò la testa e le infilò una bottiglia di birra nelle fauci spalancate. Gino cercò di strangolarla da dietro, ma ogni tentativo fu vano a causa della non indifferente circonferenza del collo, tipo nonna di Schwarzenegger al quadrato. Ad un certo punto si fermò pensando di aver commesso un errore e di aver afferrato una coscia, ma un attento esame dissipò i dubbi: si trattava proprio di un collo o comunque di un qualcosa che si trovava immediatamente al di sotto di una testa.
Ci sarebbe voluta una buona idea per risolvere l’intricata situazione. Le quattro menti iniziarono a mettersi in moto come distillerie clandestine e, tra una fumata nera e l’altra, Thomas urlò:
- Mettiamola nell’affettatrice!
E così fecero.
La donna sonnecchiante non oppose alcuna resistenza, mentre quaranta dita tremanti affondavano nella cellulite oleosa nel tentativo di sollevarla di peso. Poi, finalmente, ci riuscirono e la sistemarono con cura al posto della mortadella.
In pochi minuti il collo fu reciso di netto, tra le lacrime di gioia di Gino. Il sangue zampillò allegramente lordando i vestiti, e in terra si formò un laghetto artificiale che lambiva le caviglie dei quattro chirurghi. Trasportarono il cadavere senza testa verso il loro tavolino e, mentre erano impegnati in tale delicata operazione, si sentì qualcuno bussare con decisione sulla saracinesca. I quattro amici in preda al panico cercarono di nascondere il corpo sotto il tavolino, ma era un’impresa disperata. Gino invitò tutti alla calma con ampi e solenni gesti e consigliò di riportarla dietro al bancone. L’operazione fu eseguita in pochi secondi da tre di loro, mentre il quarto, il Chiavica, cercava di cancellare la scia di sangue e lipidi con una tovaglietta.
I colpi sulla serranda aumentarono di intensità e i quattro, tra maledizioni varie e tremendi scivoloni sui viscidi globuli rossi, decisero di vendere cara la pelle: Thomas e Gino si armarono di bottiglie vuote e coltelli, mentre Andrea sollevò rapidamente la saracinesca, forse troppo rapidamente perché il personaggio che c’era dall’altra parte della porta, senza avvedersi di ciò che stava accadendo, bussò energicamente sulla fronte di Andrea, il quale crollò a terra esanime. 
Gli altri si scagliarono addosso al nuovo arrivato, malmenando come orbi. Nel fragore della colluttazione si udì un:
- Ahò! Ma siete matti!
Che suonava familiare un po’ a tutti, ma nel dubbio insistettero con i colpi. Solo dopo diversi minuti di schiaffi sulle gengive e calci nel coccige si resero conto che si trattava di Giorgio, del quale avevano dimenticato l’esistenza.
Sollevarono a braccia il malcapitato che era diventato quasi irriconoscibile, tanto che dovettero guardare i documenti per esserne certi e a quel punto si levò un coro all’unisono:
- Ma vaffanculo!
E lo lasciarono ricadere per terra.
Gino, che era sempre il più assennato, richiuse la serranda e, ritornando sui suoi passi, si rese conto che mancava all’appello il Chiavica. Si guardò intorno senza riscontrare tracce del compagno, ma dopo alcuni secondi, nel silenzio assoluto, si udì il fastidioso sibilo dell’affettatrice. Si precipitarono tutti - compreso quel che restava di Giorgio - verso il bancone e inorridirono appena videro il Chiavica che era impegnato ad affettare una coscia del cadavere, mentre sul bancone facevano bella mostra di sé alcuni panini aperti. Gino ci mise poco per capire quali fossero le intenzioni del Chiavica, gli altri un po’ di più e quando lo scoprirono ci fu un coro di conati di vomito. In questo modo Giorgio recuperò alcuni denti che aveva inghiottito nell’urto sui gradini e Andrea si liberò di una tonsilla malandata.
Gino, che era ancora il più assennato, con un colpo spazzò via i panini, quindi saltò agilmente sul bancone, afferrò il prosciutto di barista dalle mani del Chiavica e glielo diede ripetutamente sulla testa, urlandogli contro frasi irripetibili e insulti assortiti. Il Chiavica crollò svenuto sulla pozzanghera del sangue grasso della barista e quasi non affogò, se non fosse stato per l’aiuto di Thomas che, chiudendo gli occhi e tappandosi il naso con due o tre dita, si tuffò con un salvagente per recuperarlo.
- Ero sicuro che sarebbe finita così - disse Andrea, tra i sospiri, e gli altri fecero vari cenni di approvazione. Dopo raccolsero i feriti, presero una bottiglia di vino e si sedettero intorno al tavolino, la loro isola felice in quel mare di obbrobri.
Ripresero fiato e sorseggiarono con gusto il vino, mentre Giorgio si concedeva un meritato riposo sulla spalla destra di Thomas, il quale non era troppo d’accordo con la soluzione dell’amico e lo svegliò con un amorevole urlo a pochi millimetri di distanza dal timpano. Gino ristabilì un minimo di ordine con l’aiuto di alcuni colpi di bottiglia sulle nuche dei due e disse:
- Bene, ora abbiamo due grossi problemi: primo cosa fare dei resti della barista e secondo raccogliere i denti di Giorgio che sono seminati un po’ ovunque e potrebbero diventare un pericoloso indizio...
Andrea intervenne:
- Che se li raccolga lui, non sono mica i miei!
Thomas rafforzò questa tesi:
- Si, a noi non ce ne fotte nulla dei suoi denti, quando gli aveva neanche se li lavava!
Giorgio scoppiò in lacrime:
- Queste sono notizie false e tendenziose!
E Thomas si pentì delle sue affermazioni.
Mentre l’aria andava saturandosi delle urla silenziose delle coscienze dei cinque amici, Gino intervenne con decisione:
- Allora cosa ne facciamo della grassona?
Il Chiavica:
- Non ci crederete ma un po’ mi manca il suo russare...come dire?...armonioso...
A quel punto le urla silenziose cessarono e il coro proruppe in un sonoro:
- Ma vaffanculo, stronzo!
Finirono la bottiglia, poi con un tacito assenso si alzarono e recuperarono la carcassa della barista e i due pezzi vaganti. Ricomposero il puzzle per terra, anche se la gamba destra risultava un po’ più corta a causa delle fettine ricavate dal Chiavica con l’affettatrice, il quale si rattristò ulteriormente nel vedere il risultato dei suoi bizzarri desideri alimentari.
La barista sembrava più umana ora che non quando era in vita, tanto che Giorgio fu quasi tentato di chiederle di versargli da bere.
- Ora ha un aspetto più intelligente - disse Andrea guardando dove doveva esserci la testa.

Gino spazzò via i pensieri dei compagni e li riportò d’un colpo alla cruda realtà:
- Forse è meglio andare via. Se arriva qualcuno siamo fregati!
- Chi vuoi che arrivi - disse Andrea. - Siamo in piena notte, la serranda è abbassata e non c’è un cane in giro a parte il Chiavica, ovviamente.

Quest’ultimo, sentitosi toccato, ringhiò e si avventò sulle gambe dell’amico spiritoso, afferrandogli il polpaccio sinistro tra i denti. Andrea urlò in preda al panico e al dolore, prese la testa della barista per i capelli e la diede con forza sul naso del Chiavica, il quale, però, prima di mollare la presa staccò un brandello di carne dal polpaccio dell’amico. Gino, che alla fine non era poi così assennato come si diceva, colpì con un calcio al ventre il Chiavica il quale accucciò sotto il tavolino con un guaito. Andrea svenne alla vista del proprio sangue, ma a nessuno interessava più di tanto.
A quel punto i superstiti decisero di comune accordo di farsi un pisolino e di cercare una soluzione l’indomani mattina, una volta evaporato l’alcol.
Il resto della notte trascorse senza altri incidenti.
Gino si svegliò per primo perché il Chiavica gli si era avvicinato ai piedi con fare sospetto, ma tradito dal suo caratteristico odore non fece in tempo a sollevare la zampa posteriore destra che si ritrovò una scarpa in fronte.
Subito dopo squillò il telefono e tutti si alzarono in piedi, stiracchiandosi le membra intorpidite. Giorgio, non ancora completamente cosciente, fece per rispondere al telefono, ma venne riportato alla realtà da un calcio di Thomas che lo scaraventò a terra. Gino si preparò un caffè per tirarsi un po’ su e proprio in quel momento il suo sguardo si posò dove doveva esserci il cadavere e vide che questo non era più dove avrebbe dovuto essere.
- Chi si ha preso la salma è pregato di rimetterla al suo posto! - urlò a voce bassa.
Gli altri si guardarono intorno increduli e nel giro di pochi secondi il panico calò dal soffitto e si impossessò del locale e della fauna che conteneva.
Giorgio, che era debole di reni, se la fece addosso; il Chiavica pianse; Thomas si scolò un whiskey e Andrea sputò per terra.
Il silenzio lambiva con le sue ali pungenti le menti confuse dei cinque, sino a quando Andrea scagliò sul Chiavica alcune parole intrise di profonda stima e fraterna amicizia:
- Zozzone! Sei stato tu, vero? Te l’hai mangiata o te la sei conservata per natale, eh?...Cannibale maledetto!
- Ma sei matto? - rispose il Chiavica. - E sentiamo...dove l’avrei messa secondo te: nel taschino?
Giorgio intervenne:
- Ragazzi, io sono senza denti e quindi non l’avrei potuta mangiare.

Si accusarono a vicenda per un bel po’ prima che Gino decise di mettere tutti a tacere e di ufficializzare l’inizio delle ricerche.
Guardarono in ogni angolino, qualcuno controllò anche nella spazzatura, ma della grassona defunta e mutilata non vi era traccia. Eppure non potevano aver sognato tutto perché le tracce di sangue per terra erano sotto gli occhi di tutti. Il Chiavica trovò persino una fetta della coscia. Ad un certo punto le ricerche furono sospese e si prese la decisione di chiudere la bocca del Chiavica con un asciugamano, perché le esalazioni mattutine provenienti dal suo stomaco potevano essere letali. Gino organizzò la caccia al tesoro dividendo i compiti tra tutti tranne il Chiavica, che non  era di alcuna utilità e anzi metteva un po’ tutti a disagio con il suo fetore immondo. Thomas seguì una traccia sospetta: si trattava di alcune impronte insanguinate che, escludendo spettri, zombi e affini, potevano essere della presunta morta, oppure di uno qualsiasi di loro che aveva messo i piedi in una delle innumerevoli pozze di sangue, sparse un po’ ovunque sul pavimento. Quindi Thomas decise di non seguire più la traccia perché se si trattava delle sue impronte avrebbe dovuto girare intorno per sempre prima di ritrovarsi.
Gino si recò nel retrobottega, dove trovò alcuni allegri ratti che divoravano la dispensa e un gatto che, impaurito e demotivato, era saltato sopra una sedia e se li guardava con gli occhi sbarrati, senza fiatare, per paura di essere sentito. Gino andò oltre. Varcò l’ingresso della toilette con la convinzione di essere sulla buona strada, ma trovò soltanto svariate schifezze e un aroma che non aveva nulla da invidiare all’alito del Chiavica o a quello della barista defunta.
Quando ormai anche l’ultima speranza aveva deposto le armi ad Andrea venne in mente un’idea:
- Apriamo la pancia del Chiavica e vediamo se se l’è ingoiata lui!
Tutti, tranne il Chiavica ovviamente, approvarono soddisfatti. Andrea fu il primo a scagliarsi sul Chiavica, poi arrivarono gli altri, chi armato di coltello, chi di apriscatole, chi di Black & Decker e nel giro di pochi istanti le viscere dell’individuo furono esposte all’aria, ma nello stupore generale, i quattro amici non trovarono alcuna traccia della barista nelle budella del Chiavica. Qualcuno cercò di rimettere a posto la poltiglia maleodorante che si trovava intorno alle varie aperture, ma ormai non c’era più niente da fare. Il Chiavica era finito e anche se il buco dell’ozono, probabilmente, sarebbe tornato a livelli accettabili grazie alla sua morte, era pur sempre un loro amico. Andrea e Thomas si lasciarono cadere per terra, avvolti nel manto nero della disperazione. Gino abbozzò una sorta di segno della croce e disse a denti stretti:
- Addio Chiavica...ci mancherai...forse...
Giorgio si commosse, mentre il gatto della dispensa era completamente indifferente a tutto ciò.
Ad un certo punto si udì bussare vigorosamente sulla serranda e subito gli occhi del gruppo andarono a cercare Giorgio, il quale si trovava per terra con la solita espressione ebete stampata sul volto; perciò non poteva essere lui.
- Chi é? - chiese una voce titubante nel gruppo.
Ma dall’esterno non  giunse nessuna risposta.
Rimasero tutti paralizzati dal terrore. Il gatto, che sinora aveva assistito agli eventi senza esserne minimamente coinvolto a livello emotivo, svenne. Un ratto vomitò. Giorgio sputò l’ultimo dente. Thomas si mise a ballare alcuni passi di mazurka a Andrea si abbracciò la macchina per il caffè.
Gino, che in fondo era sempre abbastanza assennato, se non altro rispetto agli altri, si accese una sigaretta e si sedette ad aspettare.
Bussarono nuovamente e, dopo alcuni istanti, la saracinesca si sollevò in un frastuono assordante e una testa priva di corpo rotolò all’interno del locale. Venne riconosciuta subito grazie all’inconfondibile fetore.
Gino la fissò dritto negli occhi, si mise la sigaretta accesa in tasca e disse:
- Ehi! Nessuno ha detto avanti!

La testa non rispose.
Il fumo saliva lento dalla tasca di Gino.
La tensione si poteva tagliare a fette, tanto era densa. O forse era la fame che spingeva ad affettare qualsiasi cosa. Non era affatto chiaro.
Nessuno ebbe il coraggio di fiatare. Qualcuno a causa dell’apnea prolungata diventò paonazzo, ma accettò la sua condizione in religioso silenzio.
Mancava solo la colonna sonora di Morricone - ma anche le pistole, gli stivali e gli speroni, i cappelli, i cinturoni, la polvere e la Monument Valley come sfondo.
La testa dondolava sul campo, con un abbozzo di sorriso sulle labbra esangui. Il che fece incazzare ancora di più i quattro amici superstiti.

Gino prese una breve rincorsa e sfoderò il suo destro delle occasioni migliori. Ne scaturì un tiro ad effetto, degno del miglior Maradona, che si insaccò all’incrocio dei pali, proprio sotto l’ascella dell’incolpevole barista che, nel frattempo, era apparsa sulla soglia della porta in tutta la sua imponenza, nonostante non avesse niente sopra al collo. Gino andò ad esultare sotto la curva sud dove erano stipati i suoi compagni e alla barista non rimase altro da fare che raccogliere la testa ammaccata, prendersi la gamba recisa sotto il braccio e fare rientro nel suo sepolcro, con la speranza, seppur esigua, di riuscire a ribaltare il risultato nella gara di ritorno.




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