Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

martedì 26 aprile 2016

Assenzio




La storia di Artemisia e Laudano.

Al crepuscolo la città si popolava di personaggi strani, soggetti poco raccomandabili, avanzi di galera, prostitute e nullafacenti di ogni risma. La pioggia, come sempre, cadeva fine e leggera sul ciottolato calpestato dalla fauna della sera e dai cavalli che conducevano verso casa le carrozze dei gentiluomini. L’acqua sottile e impalpabile scivolava sui passanti senza inzupparne le vesti, senza che nessuno se ne preoccupasse. Era uno degli elementi fondamentali della vita notturna della città; gli altri ingredienti insostituibili erano l’alcol, le donne di facili costumi, l’oppio e il gioco d’azzardo.

Il vecchio McKenzie, avvolto nel suo vecchio pastrano, si occupava di dare vita ai lumi ad olio del quartiere con il suo fido bastone. Come sempre.
Wilson, l’oste, ne attendeva il passaggio per aprire la sua bottega sotto la tenue luce gialla tremolante dei lumi. Ogni sera alla stessa ora si preparava ad accogliere i papponi, i disadattati, gli alcolisti e tutti i poco di buono che avevano necessità di un semplice pasto caldo, una pinta di birra o un po’ di whisky a buon mercato.
Wilson era uno generoso, comprensivo e altruista, ma non disdegnava l’utilizzo delle cattive maniere in caso di necessità. E in quei tempi un uso più o meno moderato di violenza e forza bruta per mantenere la situazione sotto controllo, e la propria bottega intatta, era un evento quotidiano immancabile e necessario. Quasi tutte le sere, infatti, nei vicoli e nei locali della città vecchia scoppiavano risse furibonde dovute all’eccesso di alcol, ma anche a scippi, furti e imbrogli di ogni sorta. C’era chi non voleva pagare le puttane, chi non voleva pagare il bicchiere di gin, ma anche chi il gin lo annacquava e chi le puttane le offriva con una discreta collezione di malattie veneree. Insomma, al calar delle tenebre nella città regnava il caos. Ma era un caos ordinato e prevedibile nel suo consueto svolgimento.
La notte portava consiglio, ma anche la sifilide, lo scolo, la cirrosi e pure qualche coltellata al costato.
Gli sbirri stavano alla larga, nonostante tutti sapessero benissimo cosa accadesse nei vicoli della città vecchia appena calavano le tenebre. Ma i gendarmi andavano via insieme agli ultimi raggi di sole, onde evitare guai seri nella terra di nessuno.

Quella sera da Wilson si presentarono i soliti clienti abituali ma anche due forestieri: un uomo alto e magro vestito con abiti raffinati ma decisamente fuori moda e una graziosa fanciulla.
La fauna fumosa e distillata esaminò dalla testa ai piedi i due stranieri. La ragazza aveva fattezze e un’eleganza improponibile da quelle parti, nel locale di Wilson come in qualsiasi altra locanda del quartiere. Quelli del turno di notte erano abituati a donne sfatte, usate, grasse e talvolta avanti con l’età, non di certo ad avvenenti fanciulle avvolte in abiti eleganti e costosi e condite con profumi delicati.
Ma i due stranieri non erano interessati a quanto accadeva intorno a loro né erano turbati dagli sguardi e dai commenti degli altri avventori. Si accomodarono al loro tavolino lercio e instabile come se si trovassero nel locale più raffinato della città.
L’uomo si tolse il cappello e si sfilò i guanti, li poggiò alla sua sinistra e poi sfiorò appena le mani giunte della ragazza come per rassicurarla di qualcosa. Infine fece un cenno per chiamare l’oste.
Wilson si asciugò le mani nel grembiule lurido e prese la comanda, riuscendo anche a non farsi scappare né un rutto né una parolaccia. Ritornò al tavolo dei nuovi clienti con due calici, una bottiglia, due cucchiaini d’argento e una ciotola con dello zucchero.
I bicchieri non erano proprio pulitissimi, ma i due stranieri parvero non farci caso e attesero che l’oste sistemasse il loro tavolino.
Wilson versò il liquido verde nei due bicchieri, con un gesto abile ed elegante a suo modo. Sistemò con cura i due cucchiai forati sopra ai calici e vi dispose una zolletta di zucchero sopra ognuno di essi. Senza dire una parola si allontanò nuovamente e ritornò con una caraffa d’acqua. Ne versò lentamente parte del contenuto prima su uno poi sull’altro bicchiere, e lo zucchero si disciolse dolcemente sopra il distillato aromatico. Dopodiché prese i cucchiai e mescolò il contenuto dei due calici contemporaneamente, usando entrambe le mani, finché la bevanda non assunse un aspetto opalescente. A quel punto la fata verde si mostrò in tutto il suo splendore e il suo profumo forte e speziato invase tutta la sala.
Durante l’operazione condotta magistralmente dall’oste i due forestieri non proferirono parola e osservavano attentamente. Quando Wilson ebbe finito l’uomo lo ringraziò con un cenno del capo.
Solo quando stava facendo rientro dietro al bancone l’oste si rese conto di non essere riuscito a vedere gli occhi di quell’uomo. Ci pensava e ripensava, mentre un ubriaco gli urlava insistentemente qualcosa che lui però non riusciva a sentire. Il suo sguardo e la sua testa erano ancora al tavolo degli stranieri. Vide brillare come stelle nella notte gli occhi chiari della ragazza, ma sotto le folte sopracciglia del lungo ospite c’erano solo le tenebre. Non un bagliore, non un pur piccolo e impercettibile movimento.
Wilson asciugò alcuni bicchieri, ma era soprappensiero e non badava più ai grotteschi avventori che attendevano al bancone, né a chi si dileguava nell’ombra senza aver saldato il conto.
Intanto al tavolo degli sconosciuti la ragazza immerse due dita nel liquore, le estrasse gocciolando sul legno consunto del tavolo e le poggiò sulla bocca dell’uomo. Questi aprì la saracinesca di denti lunghi, sporchi e marci e succhiò i polpastrelli intrisi di liquido lattiginoso, incurante degli sguardi degli altri clienti. Ma quando la fanciulla estrasse dalla bocca le lunghe dita affusolate vennero fuori le falangi ungueali completamente scarnificate. La pelle e la carne dei polpastrelli erano svanite nelle fauci dell’uomo e la punta delle dita era solo osso nudo, senza una goccia di sangue, né un grido o un gemito ad accompagnare l’atipico spuntino.
Nel locale piombò un silenzio pesante e spettrale e tutti, anche i più ubriachi si concentrarono sui due stranieri e sul loro strano comportamento. Anche se erano tutti stomaci forti, abituati a ogni sorta di porcheria, all’alcol puro e alla sbobba indigesta di Wilson, qualcuno vomitò sul pavimento, qualcun altro si pisciò nei calzoni, ma lo fece per cause estranee alla condotta della coppia.
Intanto la giovane continuava a comportarsi come se avesse ancora i polpastrelli al loro posto e non lasciava intendere di provare dolore.
Continuarono a sorseggiare la dolce fata verde come se fosse acqua fresca e dopo pochi minuti chiesero il bis. O meglio: l’uomo chiese il bis in qualche modo, pur senza aprir bocca.
Wilson attese un attimo, indeciso sul daffarsi, ma riuscì a mettere da parte ogni remora e titubanza e si recò al tavolo con l’occorrente per il rito della mescita del distillato verde. Eseguì la procedura con cura, senza far trapelare alcuna emozione. Era un professionista lui.
Le orbite nere del forestiero seguivano la preparazione con apparente interesse. La ragazza, invece, era assorta in altri pensieri.
Quando l’oste finì la sua opera il suo sguardo cadde involontariamente, ma inevitabilmente, sulla mano della fanciulla e, quando si accorse che il suo aspetto era mutato ancora una volta, fece sobbalzare il vassoio con la caraffa d’acqua ghiacciata. Riuscì a tenerla in equilibrio con un’abile contro mossa del bacino e in questo modo evitò la doccia fredda alla coppia.
Buttò nuovamente un’occhiata su quello che c’era sul tavolino, giusto per assicurarsene. Ma era proprio quello che aveva visto al primo sguardo: la mano destra della ragazza era completamente scheletrica, dalla punta delle dita sino al polso. Non un goccio di sangue né tracce di tessuto o brandelli di carne, né odore - per quanto fosse possibile rilevare un odore particolare nel vasto assortimento di aromi presente nel locale. -
Wilson si ritrasse; era particolarmente impressionato dalla cosa, finanche disgustato. Le ginocchia gli tremavano e a causa di questo la caraffa arrivò al bancone con grande difficoltà, giusto in tempo per evitare di frantumarsi sul pavimento.
Intanto qualcuno dei clienti abituali aveva già abbandonato il locale e qualcun altro invocava sottovoce, ma non troppo, l’intervento di un sacerdote o chissà chi altro. Il brusio crebbe sino a diventare una vera e propria protesta formale nei confronti di Wilson, reo di non aver preso provvedimenti nei confronti dei due loschi stranieri.
Ma l’oste aveva un’etica tutta sua, assolutamente inviolabile né discutibile da nessun altro: chi consumava e pagava era un ospite sacro, a prescindere da come si comportava o da come appariva, e nessuno, neanche la polizia o il  re in persona, poteva recargli disturbo, altrimenti se la doveva vedere con il suo bastone.
Mentre i fedelissimi riuniti intorno al bancone discutevano animatamente con il padrone di casa, uno di loro, un omino magro ed emaciato, con pochi denti sulle gengive e pochi capelli sul cranio, si accorse che i bei occhioni della fanciulla, che lui stava tenendo d’occhio sin dal momento del suo ingresso nel locale, non brillavano più. Tirò per la giacca un suo amico per attirarne l’attenzione e sibilò qualcosa all’oste. Il piccolo gruppo di esseri galleggianti nell’alcol e avvolti nel fumo inizialmente non badò più di tanto al richiamo dell’ometto. Ma questi insistette e, infine, riuscì ad attirare l’attenzione di tutta la  fauna.
Smisero di blaterare nello stesso momento e si voltarono tutti insieme verso il misterioso tavolino. Qualcuno si aggiustò il monocolo per vedere meglio, altri si sforzarono di tenere aperte le palpebre pesanti a causa dell’alcol. Wilson strinse il bastone, a scanso di equivoci.

L’uomo era immobile nella penombra del suo angolino, il liquore ondeggiava ancora nel suo calice rilasciando riflessi verde smeraldo. Ma di fronte a lui non sedeva più l’avvenente fanciulla con la quale era arrivato, o almeno non ne aveva più l’aspetto. C’era si una figura elegantemente vestita e seduta con grazia con le gambe accavallate sullo scomodo sedile. Ma dalla veste sporgevano braccia e mani scheletriche, e sulla lunga ed esile sequenza di vertebre si trovava un cranio nudo e pulito, lucido come se non fosse mai stato ricoperto di pelle, carne, nervi e vasi sanguigni. Gli occhioni chiari non brillavano più. La ragazza non c’era più.
Lo straniero se l’era bevuta.

Lui continuava a ignorare la piccola folla di curiosi e a sorseggiare il suo Assenzio di fronte allo scheletro della donna. Poi estrasse da una tasca della giacca una boccetta e instillò un paio di gocce del contenuto nel suo bicchiere, si accese un sigaro e proseguì la sua bevuta in solitario, tra una boccata e l’altra di fumo.
Nel frattempo lo scheletro si decompose come un castello di carte tirato giù da un soffio di vento, le singole ossa si sparsero sul pavimento e, per qualche secondo in più, il busto resistette in posizione eretta grazie al rigido corsetto che lo sosteneva. Poi si afflosciò anche quello e la donna si dissolse definitivamente.
L’uomo buttò giù l’ultimo sorso, spense il sigaro in una crepa del tavolino, si pulì la bocca con un fazzoletto candido, riprese i guanti, si mise il cappello e si alzò. Si diresse verso il bancone e a quel punto la piccola folla di avventori avvinazzati si disperse nell’ambiente, lasciando via libera allo straniero.
Questi ora pareva ancora più alto e imponente. Le sue orbite erano ancora più nere e indefinite. Il suo passo ancora più pesante e deciso, tanto che pareva che tremasse il pavimento.
Il visitatore lanciò un paio di monete sul bancone e, senza dire una parola, varcò la soglia del locale e sparì nel vicolo buio, ingoiato dalle tenebre dalle quali era venuto.
Nessuno, né l’oste né i clienti, ebbe qualcosa da aggiungere.

Al tavolo restava solo un mucchietto d’ossa e un vestito vuoto. Il sigaro ancora ardeva nella fessura del tavolino e dai bicchieri vuoti si levavano tenui fumi aromatici appena percettibili.

Giusto il tempo di un altro sorso al banco e la signora Wilson, apparsa dal nulla, ripulì il pavimento dalle ossa e si mise sotto braccio il vestito. Quando il gruppo di ubriachi si voltò nuovamente non c’era già più nulla. Ripresero il discorso con i loro bicchieri e non parlarono più di quella strana vicenda. Mai più.


Ma a quel tavolo non si sedette più nessuno.






1 commento:

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