Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

giovedì 12 maggio 2016

I Divoratori delle ombre 2.0



Le sfere arrivarono d’improvviso dal cielo. Una moltitudine splendente di scie luminose tra le nuvole candide come panna montata sullo sfondo azzurro. Gran parte della popolazione della città si riversò per strada per assistere al curioso e inaspettato spettacolo che offriva il cielo, con gli occhi sgranati sulle scenografiche traiettorie, quasi come fossero tutti sotto ipnosi. Si consultavano e si scambiavano occhiate interrogative e tutta una serie di teorie improbabili e verità discutibili, ma senza distogliere troppo a lungo lo sguardo dalla pioggia di palle luminose. Diversi gruppi di bambini si lanciarono in corse folli con una colonna sonora di urla di stupore e gioia. Sotto quel meraviglioso spettacolo colorato, incuranti dei richiami di madri, padri e passanti, gli sciami di bimbi vocianti contrastavano nettamente con l’assoluta immobilità degli adulti. Tra questi ultimi iniziava a serpeggiare come un’ombra sinistra una crescente preoccupazione che lentamente li stava risvegliando dallo stato di torpore simil-ipnotico che li aveva colpiti.

Le sfere giunsero al suolo ad altissima velocità, roteando vorticosamente e scavando profonde buche su terra, case, alberi, auto e qualsiasi altra cosa che incontravano nella loro traiettoria. Erano in grado di bucare un essere umano come se fosse fatto di burro e i corpi iniziarono ad accumularsi velocemente sull’asfalto. L’attrito con la materia terrestre e la violenza dell’impatto creavano lunghe colonne di fumo, offuscando la visuale della popolazione in fuga. Il panico si diffuse velocemente con il suo caotico seguito di clacson, grida e lacrime e fiotti di terra, fumo, gas e acqua che si levavano in cielo. La gente correva disperata per cercare di raggiungere un riparo, ma anche le case venivano perforate come gigantesche forme di gruviera e bisognava scavalcare i cadaveri, i feriti e le persone in preda al panico per scappare via. Ai semafori iniziò l’autoscontro e le fiamme si levarono alte, tagliate dalle scie della pioggia di sfere. Poi uno sfrecciare continuo di auto di polizia, ambulanze e camion dell’esercito. Gli altoparlanti invitavano alla calma, ma nessuno li ascoltò e la calma non arrivò. Il fumo era sempre più alto, più alto dei palazzi, più alto delle urla di terrore. Poi la pioggia cessò. Miliardi di sfere, poco più grandi di una pallina da tennis, avevano ricoperto la città, i morti e ogni cosa. Arrivò il silenzio seguito da una scia di ambulanze e mezzi dei vigili del fuoco, e la gente uscì nuovamente per strada con il naso all’insù nel timore di altri scrosci di quella grandine mortale. Le sfere nel terreno pulsavano, la loro superficie liscia, di una materia sconosciuta era cangiante e ipnotizzava e affascinava chiunque le osservasse a lungo. Qualcuno provò a prenderle a martellate, ma i colpi non le scalfivano minimamente e le sfere, come se fossero animate, si rifugiavano nel terreno scavando profonde buche, roteando con una velocità elevatissima e inaspettata. Qualcuno provò a spararci sopra ma i proiettili rimbalzavano e schizzavano via pericolosamente. Altri provarono a schiacciarle con le auto, bulldozer o altri mezzi, ma ogni tentativo era vano e le sfere rotolarono via per sfuggire alle aggressioni. L’esercito cercò di raccogliere quanti campioni fosse possibile, ma era difficile portarle via, nonostante le loro dimensioni contenute, sia per il loro elevato peso specifico sia perché non si lasciavano catturare e rotolavano via dalle scatole e rompevano e distruggevano anche i più robusti contenitori. Allora provarono a infilarle in casseforti di metallo per poterle trasportare nei laboratori, ma ottennero come unico risultato un leggero guadagno di tempo nell’ordine di qualche millesimo di secondo, non di più. Le piccole sfere luminose non si lasciavano catturare. Semplicemente se ne stavano lì a formare un gigantesco tappeto colorato che si spostava al passaggio di mezzi, uomini o animali per poi riprendere possesso del terreno.  Si muovevano come se fossero un unica entità, un enorme corpo composto da tanti atomi metallici solo apparentemente disuniti tra loro.
E il panico dilagò, definitivamente, senza pietà.
Il via vai di gente, voci e uomini in divisa accompagnò l’arrivo del crepuscolo e, con esso, il crepitare delle sfere che come grilli nell’oscurità iniziarono a cantare. Le palle roteavano sul loro asse vorticosamente e, con uno sfavillio di colori vivaci, si schiusero contemporaneamente, tutte insieme, in ogni angolo della città.
Dai frantumi luminescenti delle piccole sfere, dalle ceneri metalliche, sorsero degli esseri antropomorfi enormi e dalla pelle grigiastra. Le loro notevoli dimensioni mal si conciliavano con il minuscolo involucro che li aveva contenuti sino a poco prima, ma nessuno in quel momento si preoccupò di cercare una spiegazione razionale al fenomeno. Il terrore dilagava tra i volti schiacciati contro i vetri delle finestre appannate e a nessuno degli abitanti della città venne in mente una riflessione sulle leggi della fisica o sull’improbabilità di quella serie di eventi. C’era chi se la faceva sotto, chi sveniva, chi pregava e anche chi non aveva più la forza di fare niente di tutto ciò; qualcuno si era disconnesso con il proprio cervello.
E gli esseri sorgevano dai cocci fumanti a migliaia e avanzavano tra le ombre delle strade deserte.
I nuovi arrivati camminavano eretti, lievemente ricurvi sulle spalle, con gli arti superiori molto lunghi, soprattuto per causa delle lunghissime dita nodose che andavano assottigliandosi nelle estremità, divenendo acuminate come aghi. Le gambe, invece, erano corte e massicce e terminavano nei grandi piedi a tre dita. La testa era di dimensioni spropositate. La parte inferiore, la bocca, era simile a quella di un grosso pesce carnivoro con tantissimi denti acuminati e lunghissimi che sporgevano verso l’esterno. Il naso era lungo e sottile, come le dita delle mani, e si muoveva e oscillava come se avesse una sorta di sensore di qualche tipo sulla punta. Gli occhi erano sporgenti e grandi, privi di luce ed espressione. Le orecchie erano assenti e al loro posto c’erano due piccoli buchi scuri. La parte superiore era priva di peluria e leggermente più chiara e più sottile del resto della copertura cutanea, era attraversata da una fitta rete di vene e capillari molto superficiali. Quella inferiore, invece, era ricoperta da ciuffi di peli irti e setosi.
Si muovevano veloci, con grandi falcate, nonostante le gambe relativamente piccole e tozze, e vagavano tra le rovine, i morti e la gente in fuga senza degnare di uno sguardo niente e nessuno. Apparentemente non erano interessati agli esseri umani, ma questo particolare non era sufficiente a tranquillizzare la popolazione in preda al panico.

L’esercito si organizzò con armi pesanti e truppe in assetto da guerra. In attesa dell’ordine di aprire il fuoco. La tensione e il sudore aumentavano sotto gli elmetti e le mani inguantate stringevano nervosamente le armi. Partì un colpo, forse accidentalmente, forse a causa della paura, e ne seguirono tanti altri: mitragliatrici, mortai e cannoni levarono alta la propria voce. Era la difesa disperata della città contro gli invasori.
Gli esseri cadevano a terra sotto le fitte raffiche di proiettili, ma poi si rialzavano come se nulla fosse accaduto, senza una ferita, senza alcun segno sul corpo. Proseguivano il loro cammino tra le tenebre incalzanti, senza curarsi delle armi puntate verso di loro e delle esplosioni che rendevano il loro equilibrio instabile e la loro avanzata leggermente più difficoltosa, ma nulla di più.
Arrivò l’ordine per cessare il fuoco e le armi tacquero. I giganti passarono in mezzo alle fila di cannoni e militari schierati in un silenzio irreale, sotto la luce dei grandi fari dei blindati. I soldati si scostarono per non essere schiacciati da quegli esseri alti tre metri e loro sparirono in silenzio, con grandi falcate verso il buio.
Le ambulanze ripresero a correre e le sirene saturarono la notte. Lo scricchiolio dei resti delle sfere accompagnava ogni movimento, ogni passo. I bambini iniziarono a collezionare quintali di frammenti cangianti e luminosi, liberando in questa maniera le strade in modo molto efficace e rapido.
Arrivò il mattino con i suoi raggi caldi e subito dopo arrivarono gli esseri dalle mani lunghissime, e il panico riprese il suo corso. La gente, già adeguatamente allenata dalla sera prima, si mise a correre per sfuggire al pericolo. Ma i giganti pareva che ignorassero completamente i fuggiaschi. Poi uno di loro si avvicinò alle spalle di un’ignara vecchietta, presumibilmente sorda, che passeggiava su un marciapiede. La gente urlò con quanto fiato aveva in gola per richiamare l’attenzione della donna, ma lei non si accorse di nulla. L’essere grigio si chinò, un po’ goffamente, verso di lei, spalancò le fauci con gli enormi denti umidi di bava schiumosa e morse l’ombra della donna. Si risollevò e ne tastò il gusto, si leccò le labbra, poi rincorse la vecchia, che aveva continuato a camminare ignara, seguita dalla sua ombra dimezzata. La raggiunse, si chinò nuovamente e finì il pasto, ingurgitando completamente l’ombra della vecchia. Lei a quel punto avvertì qualcosa, come una strana sensazione, una presenza, e si voltò, trovandosi il mostro davanti con le gambe divaricate e la bava che gli colava dal muso. La donna gridò, lasciò cadere per terra le buste che aveva in mano e scappò via a gambe levate. Senza più la sua ombra dietro.

E i divoratori delle ombre ripresero la caccia dietro altri passanti inconsapevoli.


Questa stronzata è la nuova versione di un vecchio racconto che avevo pubblicato in uno dei primi post di questo strampalato blog. Questi "Divoratori", nella versione originale, avevano trovato posto anche nel primo contenitore di folli racconti brevi "Fantasmi Fritti a Cena" e anche nelle prime pagine del libro "Antblog." Allora perché proporlo di nuovo? Non so. Non ha molto senso...ma la mia tastiera di questi tempi è arida come non mai.







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