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Bochesmalas

lunedì 17 novembre 2014

Musick - Il collezionista di note




Musick  - Il collezionista di note

L’infanzia di Artemio non era stata particolarmente memorabile, né troppo movimentata o ricca di eventi da tramandare ai posteri. Niente di cui lamentarsi troppo, per carità, ma tuttavia non custodiva nessun ricordo per il quale valeva la pena entusiasmarsi o anche solo abbozzare un qualche discorso per gli amici, conoscenti e passanti. Niente di interessante.
Qualcosa di particolare, invece, era avvenuta nel corso della sua adolescenza; ma per quanto riguarda questi eventi lui ritenne opportuno tacerli alla comunità e custodirli gelosamente. Gli altri sarebbero sopravvissuti bene anche senza, e lui avrebbe convissuto in perfetta armonia con il carico dei misteriosi eventi, in pace con il mondo esterno.

Tutto ebbe inizio un pomeriggio assolato di fine primavera.

Artemio, come sempre, si trovava nella sua cameretta, isolato dal mondo esterno e dai suoi rumori. Le orecchie inglobate dalle grandi cuffie e una copertina di un disco tra le mani. Fuori dalla stanza la vita scorreva come sempre, normale e invariata da tempo immemore: la madre lavava i piatti e, una volta terminato, spazzava in terra e poi lavava i pavimenti; il fratello leggeva i fumetti in camera sua o nella stanza da bagno e il padre schiacciava un pisolino ristoratore.
Artemio, come sempre, non era particolarmente interessato a quanto accadeva al di fuori della sua stanza: ne era a conoscenza anche se ne era separato dalla porta chiusa, ma in fondo ne avrebbe fatto volentieri a meno. L’unica cosa che attirava veramente la sua attenzione era la musica e le immagini e i viaggi che questa creava nella sua mente quando iniziava a sgorgare dentro le orecchie.
Quel pomeriggio gli era capitato tra le mani un vinile dei Cure, Seventeen Seconds, per essere precisi. Artemio se lo stava gustando disteso con gli occhi chiusi, le caviglie incrociate e la copertina leggermente incurvata sul petto. Gli effetti della chitarra di Robert Smith disegnavano scenari fantastici, onirici, oscuri ma anche coloratissimi e cangianti. Le immagini che scorrevano sotto le palpebre di Artemio erano liquide, nebbiose, inquietanti e bellissime. Poi, inaspettatamente, i sogni si fermarono, la puntina giunse a fine corsa del lato A e gli scricchiolii della terra di nessuno lo costrinsero ad alzarsi. Anziché girare il disco, però, decise di riprendere daccapo il discorso con la prima facciata e riportò la puntina sul primo solco. Raggiunse il letto che aveva conservato ancora la sua impronta e lui se la riprese senza debordare di un solo centimetro.
La chitarra di Smith stava formando l’anima di Play for Today quando Artemio si rese conto di percepire nitidamente tutti i rumori provenienti dalla casa, la madre che lavava il pavimento e il fratello che urlava frasi incomprensibili, nonostante il volume della musica e le cuffie incollate alle orecchie. Spalancò gli occhi e si alzò. Aprì la porta della stanza, con le cuffie ancora in testa, e si guardò intorno. Nessuno notò la sua presenza e quindi decise di rientrare nella sua tana. La canzone era terminata. Erano già cominciati i sussurri di Secrets con il basso di Gallup che andava dritto al cuore.
Artemio si tolse le cuffie, ma la canzone era ancora lì nella sua testa e proseguiva il suo cammino incurante dei dubbi del ragazzo. A quel punto lui staccò lo spinotto delle cuffie dall’amplificatore, ma non avvertì alcuna differenza. La canzone continuava e il disco girava. Eppure qualcosa non tornava. 
Artemio spense l’impianto, mentre il cuore gli risaliva in gola e le mani iniziavano a sudare. Ma la musica era sempre nella sua testa, con lo stesso volume e nella giusta sequenza dei brani.
Riaccese lo stereo e ripose nuovamente la puntina al suo posto, sulla prima traccia. Nella sua testa riprese a suonare A Reflection, come se fosse tutto normale. Semplicemente una questione di fisica. Niente di più.
Ma invece nelle sequenze preordinate del cervello di Artemio qualcosa non tornava e i dubbi iniziavano a trasformarsi in giganti.
Chiamò il fratello in aiuto. Lo fece sedere sul suo letto e gli sottopose il quesito:
- Cosa senti?
- Niente. Che c’è, mi stai prendendo per il culo?
- No. Ma tu sei sicuro di non sentire niente?
E sollevò il volume sino al limite di sopportazione.
- Non c’è nulla in questo disco. È vuoto.
Artemio accompagnò alla porta il fratello e si richiuse dentro. Anzi si chiuse a chiave.
Non c’è nulla in questo disco.
Eppure lui continuava a sentirlo suonare. Dentro la testa.
Restò immobile, in silenzio, sino a quando la musica non cessò. A quel punto riaprì la porta e uscì dalla stanza.
Nella ore successive e nei giorni successivi cercò di rimuovere dalla memoria lo strano evento. In un primo momento provò ad attribuirgli qualche spiegazione logica come un malfunzionamento dell’impianto hi-fi o una semplice suggestione dovuta alla stanchezza e al sonno. Poi decise che fosse meglio cancellare completamente la vicenda.

Alcuni giorni dopo, però, quel fatto si riprese prepotentemente la scena.
Artemio stava sfogliando una rivista musicale quando gli occhi ricaddero sulla minuscola riproduzione della copertina di Seventeen Seconds in fondo alla pagina. Il disco riprese a suonare nella sua testa, seguendo in modo preciso la sequenza di note e tempi.
Un urlo terrificante attirò l’attenzione di tutti gli abitanti dell’appartamento e del palazzo.

La sera stessa Artemio si recò a casa di un amico con il disco sotto il braccio. Lo convinse a posizionarlo sul piatto e farlo suonare, nonostante l’ora tarda. L’amico lo guardò con un’espressione tra il sorpreso e l’irritato.
- Beh? Quando inizia?
Artemio invece lo sentiva perfettamente, in tutto il suo magnifico e terrificante splendore.
- Lascia stare. Deve essere difettoso.
Riprese con sé il vinile e se lo portò a casa, con il suo carico di tormenti e assurdità. La giovane età lo metteva al riparo da danni permanenti alla sua materia grigia - in quella fase della vita si può ancora sognare - ma l’inquietudine cresceva in lui come un parassita mostruoso.

È vuoto.

Nei giorni, settimane, mesi e anni successivi cercò di evitare il problema: vendette lo stereo e tutta la piccola collezione di dischi e cassette che aveva accumulato nei suoi pochi anni di vita. Eccetto lui: il disco vuoto.
Cercò di evitare di ascoltare musica e di prestare a questa anche solo un minimo di attenzione e il fenomeno non si ripresentò.

Sino a quando, molti anni dopo, l’incontro ravvicinato con la musica fu inevitabile.

Artemio stava rientrando a casa con passo tranquillo ma costante; camminava sul marciapiede semi deserto di una mattina d’autunno, assecondando con i passi la sinuosa curvatura della strada e dei vecchi edifici che si stagliavano, silenziosi e maestosi, alla sua sinistra.
Arrivò all’incrocio con il parco cittadino che circondava la città vecchia e si fermò un attimo prima di attraversare, quando la sua attenzione venne catturata da una melodiosa voce femminile proveniente dall’isolato che si aveva appena lasciato alle spalle.
Si voltò.
Lassù, dal quarto piano di un vecchio edificio, da una finestra aperta, fluivano cascate di note di un pianoforte sulle quali si librava, leggera ed elegante, una voce cristallina e piacevolissima di una giovane donna.
Artemio si fermò ad ascoltare per qualche istante; ne dedusse che si trattava di un’aria di un’opera lirica, anche se non aveva la più pallida idea di quale fosse. Non era proprio quello che si suole definire un esperto in materia.
Poi riprese il cammino. Cercò di pensare ad altro, ma quella melodia lo seguì sino a casa; entrò dentro e quelle note fecero altrettanto, seppur non fossero state invitate. La sua privacy, la sua intimità erano state violate.
Trascorse il resto della giornata in compagnia di quella cantante sconosciuta e si risvegliò con lei accanto e i suoi gorgheggi nelle orecchie.
Si vestì velocemente, prese un caffè freddo che stazionava da qualche giorno dentro la caffettiera e uscì di casa, seguito da quella canzone.
Ritornò alla fonte della musica.
Si sedette su una panchina e attese.
Ai suoi piedi si formò una piccola folla di piccioni e passeri speranzosi di ricevere qualche briciola. Lui, però, non aveva niente da offrirgli e si limitò a scostare con il piede le foglie morte che stavano tra lui e i loro becchi vuoti.
Dopo qualche minuto il suono del piano andò a doppiare le note che già albergavano nella sua testa e, poco dopo, quella voce dolcissima riprese a inseguire la melodia.
Artemio ascoltò con attenzione, facendo perno su tutta la sua capacità di concentrazione. Era sicuro che fosse la stessa ragazza a suonare il piano e a cantare; non udiva altre voci provenire da quella finestra e, inoltre, il tocco delle dita sui tasti era delicato, leggero e dolce come la sua voce.
Appena la musica cessò lui lasciò la panchina e i volatiti in attesa e riprese la sua strada, accompagnato sempre dai vorticosi sali scendi di quella melodia.
I giorni successivi, alla stessa ora, ritornò ad ascoltare quella voce.
Era il suo piccolo segreto. Non lo aveva confidato a nessuno.
Ma lei, era sicuro, lo sapeva che lui si trovava lì sotto ad ascoltarla tutti i giorni.
Il concerto era tutto per lui. Non aveva dubbi in proposito.

Artemio era un po’ invecchiavo, aveva messo su qualche chilo e i capelli si stavano diradando, ma riteneva di essere ancora un uomo attraente e gli sguardi delle fanciulle lo confermavano tutti i giorni.

Il suo posto in prima fila non glielo poteva levare nessuno.
Eppure un giorno qualcosa cambiò.
La temperatura era scesa drasticamente e i primi fiocchi di neve aleggiavano placidamente nell’aria. La panchina era vuota e attendeva solo le sue natiche infreddolite, ma la finestra era chiusa. Nessun suono proveniva dal quarto piano.
Artemio attese un po’, forse un’ora o forse anche più, ma niente: la melodia risuonava solo dentro la sua mente.
Poi, dopo un’attenta verifica del contenuto delle tasche del suo giaccone, si decise a varcare il pesante portone scuro che lo separava dalla sua cantante. Si guardò intorno per accertarsi di non essere visto e s’infilò all’interno del teatro.
Salì per i vecchi gradini di marmo consunto senza fare troppo rumore. La scala era in penombra e non incontrò nessun residente.
Arrivò al pianerottolo del quarto piano in pochi secondi.
C’erano tre porte.
Una era socchiusa.
Era sicuramente quella giusta.
Entrò e richiuse la porta alle sue spalle.
Il pianoforte iniziò a suonare.
Lei era lì, seduta sullo sgabello davanti al pianoforte. Aveva solo una leggera vestaglia rosa addosso, le punte dei piedi nudi poggiavano su un soffice tappeto e le dita delle mani accarezzavano dolcemente i tasti. Era bellissima.
Artemio si avvicinò lentamente.
Lei non lo vide.
Artemio si mise alle sue spalle.
Lei non poteva vedere.
Artemio estrasse il contenuto dalla sua tasca.
Con una mano le chiuse la bocca e con l’altra recise la gola della ragazza. Il sangue zampillò sui tasti del piano.
Lei non fece in tempo a urlare, non emise alcun lamento né un gemito; si afflosciò tra le braccia di Artemio.
Lui la distese con cura sul tappeto, s’inginocchiò davanti alla sua testa e tamponò la ferita con un fazzoletto.
Preparò il campo operatorio accanto alla spalla destra della ragazza e depose ordinatamente gli attrezzi che gli potevano essere utili.
Attese che il sangue smise di sgorgare, quindi divaricò la ferita, la pulì con cura, recise con estrema cautela la cartilagine della laringe, scollò i muscoli e, infine, con l’ausilio di una pinza e di un piccolo bisturi ne estrasse le corde vocali. Le ripose con delicatezza sopra un fazzoletto pulito, le avvolse con cura e se le mise in una tasca interna ben protetta dalle intemperie e dagli sguardi.
Dopodiché smantellò l’improvvisata sala operatoria, ricompose il cadavere come meglio poteva e guadagnò l’uscita in assoluto silenzio.
Anche stavolta non incontrò nessuno per le scale.
Si ritrovò fuori sotto il cielo plumbeo, aspirò avidamente quanta più aria gelida poteva e s’incamminò verso casa, accompagnato da una fitta nevicata e nessuna melodia a tormentargli l’anima. Si voltò per dare un ultimo sguardo alla sua panchina, ma già gli pareva diversa, quasi insignificante. Quindi tirò su il bavero del giaccone e andò dritto.
Dentro casa si sentì subito meglio. Era sereno, leggero come i fiocchi di neve che stavano cadendo copiosamente oltre il vetro della finestra.
Ripose il suo bottino in una piccola scatola di legno decorato, si lavò le mani con cura e accese il caminetto.
Ora si che stava bene; non aveva più necessità di recarsi all’appuntamento, non aveva più quel maledetto suono nelle orecchie.

I giorni seguenti trascorsero tranquilli, l’inverno faceva il suo corso e la notizia della morte violenta di una giovane cantante non vedente occupò solo un trafiletto di poche righe in terza pagina.

Artemio si aveva ripreso la sua serenità. Tutte le sere, prima di coricarsi, apriva la scatoletta e passava qualche minuto di fronte a quei piccoli lembi di carne che parevano ancora vibrare davanti ai suoi occhi. Ogni tanto riusciva a cogliere qualche suono, un abbozzo di melodia, sempre molto tenue e leggera, quasi impercettibile, ma dolcissima da udire.

La sua anima era al sicuro.

Con il passare del tempo i pezzetti di tendine diventarono sempre più scuri e maleodoranti, ma il piacere che recavano ai sensi di Artemio rimase invariato: erano vivi e lo facevano sentire vivo.

Quando l’inverno iniziò ad attenuare la sua morsa sulla città, Artemio decise di ripercorrere la strada che conduceva alla sua panchina; era dalla sera dell’espianto che non ci passava e questo gli fece fremere tutto il corpo dall’eccitazione.
Giunse nei pressi del palazzo. Sollevò lo sguardo verso la finestra del quarto piano.
Era aperta.
Una leggera tenda bianca decorata da preziosi ricami si muoveva come sospinta dal vento o forse da qualcuno. Poi si fermò e le note del pianoforte risuonarono alte e maestose.
Artemio si sedette sulla panchina senza distogliere lo sguardo dalla finestra.
Subito dopo una suadente melodia finemente cesellata da una voce femminile raggiunse i suoi timpani e cinse in un caldo abbraccio il suo cuore.

Non poteva essere lei.
Non era lei.

Artemio tastò la tasca per accertarsi di avere con sé l’occorrente e, una volta assicuratosi che non gli mancasse niente e che nessuno lo stesse osservando, si alzò e si diresse verso il portone socchiuso…


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