Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

lunedì 29 settembre 2014

WAR




Guerra: la divisa del nemico è sempre più verde




L’aria era ferma. Immobile.
Eppure lassù nel cielo azzurro le nuvole si rincorrevano e si sfaldavano con un continuo cambio di scenografia.
Più in basso, tra gli alberi e i cespugli, invece, non si muoveva nulla. Il silenzio copriva ogni cosa, anche se i sensi all’erta dei ragazzi erano pronti a carpire anche il più piccolo e impercettibile rumore. 
L’odore non era particolarmente piacevole. Il sangue, l’urina, la morte e l’ovvia carenza d’igiene si facevano sentire; nascondevano completamente il profumo dei fiori di campo e dell’erba ancora ricoperta di rugiada.
Laggiù nell’orizzonte non si riusciva a scorgere nulla. Eppure il nemico era là, al suo posto, in attesa come loro. 
In silenzio.
E come loro stringeva il fucile con le mani sudate e l’indice destro sul grilletto.
Non riuscivano a vederli né a sentirli, eppure sapevano benissimo che erano là, dietro a quelle rocce e quella quercia solitaria. Nessuno ne dubitava.
Ma il nemico, in fondo, cos’era? Chi era?
Forse tra loro c’erano anche individui con gli stessi gusti musicali o le stesse abitudini alimentari di chi stava da questa parte del fronte. Forse c’erano padri o ragazzini appena arruolati, senza neanche un pelo sotto il naso. O erano solo feroci e spietati animali da guerra che traevano piacere nell’uccidere?
In fin dei conti anche loro si trovavano lì solo per uccidere o per essere uccisi. Era solo questione di essere più veloci con il grilletto, più precisi con il mirino o più fortunati con le oscillazioni del destino. Il fato, il caso e il culo avevano un’importanza pari all’addestramento militare e alla qualità dell’equipaggiamento in dotazione.
Uccidere, poi, non era così difficile: bastava pensare di trovarsi di fronte un nemico, non un uomo, un padre o un ragazzino imberbe.
Il nemico non ha anima, non ha famiglia, non ha una vita sua oltre la divisa.
È solo un nemico e la sua esistenza dipende quasi esclusivamente dalle pallottole degli altri, anche loro per lui, senza anima né coscienza né valore.
Se non altro le opposte fazioni avevano in comune la stessa considerazione dell’avversario; lo stesso rispetto, o meglio la stessa mancanza di rispetto. O quasi. Perché non tutti i nemici sono uguali e non tutto quello che si trova sotto l’elmetto è privo di pensieri propri; non sempre è il Generale a decidere cosa devono fare i neuroni di chi sta in terra, in mezzo al fango, con l’occhio dentro il mirino e le pietre sotto le ginocchia.

Il cacciatore può trasformarsi in preda in ogni momento, come anche il più innocuo dei conigli può diventare un lupo senza alcun preavviso.
In guerra niente è quel che sembra. 

Nella selva di elmetti ricoperti di graffi e terriccio quello in dotazione a Jack era quello più irrequieto; i pidocchi ne infestavano il contenuto e diversi rivoli di sudore tradivano la tensione che albergava al di sotto.
Accanto gli stavano altri commilitoni, sconosciuti disperati e non meno afflitti dal carico di tensione e paura. I volti erano sfigurati dalla tensione, gli occhi iniettati di sangue e le mani tremolanti, quasi come le sue.
Ma lui, Jack, li vedeva con occhi diversi; era rassicurato dalla loro presenza e dal loro numero, era convinto che non avessero sulle spalle lo stesso peso della paura che lui non riusciva più a sopportare. Aveva bisogno di dividere quel tremendo peso con gli altri. Era questione di vita o di morte, molto più delle traiettorie delle pallottole del nemico.
Lui non guardava più l’orizzonte e le foglie immobili della vecchia quercia, quello spicchio di terra lo stava annoiando e preferiva, senza alcun dubbio, osservare i suoi compagni di sventura, i loro tic nervosi, gli sguardi persi nel vuoto e i toraci ansimanti dei più giovani.
Era intento a scrutare un piccoletto che biascicava qualcosa di simile a una preghiera quando, d’improvviso, un proiettile sibilò sopra la sua testa.
Jack, d’istinto, si coprì la testa munita d’elmetto con entrambe le mani e lasciò sprofondare il viso nella terra umida.
Un altro proiettile si conficcò su un sacco proprio davanti alla sua postazione e subito dopo seguirono altri due o tre colpi alla sua sinistra.
La reazione della sua compagnia non si fece attendere e il rumore delle armi automatiche e dei bossoli vuoti che cadevano a terra e rimbalzavano sulle pietre lo costrinse a tapparsi le orecchie.
Per un attimo, solo per un attimo, non pensò affatto di essere in trincea a poche centinaia di metri da un numero imprecisato di nemici. L’unica sua preoccupazione era quella di attutire il più che poteva quel rumore assordante e fastidioso che rimbombava nei suoi timpani.
Poi qualcuno lo strattonò e Jack ritornò dentro la sua divisa, tra il fumo e l’odore acre dei colpi esplosi. Riprese il fucile e ficcò lo sguardo appannato da un velo di lacrime in quel maledetto mirino. Sparò una serie di colpi senza vedere nessuna sagoma nemica né nessun movimento tra l’erba. La quercia incassò molti proiettili al posto del nemico come anche le pietre che proteggevano la loro trincea. Una nuvola di fumo e polvere si levava all’orizzonte, ma nessun grido né lamento proveniva da quella parte.
Subito dopo un ufficiale fece cenno con la mano per far cessare il fuoco e si alzò sulle ginocchia con un binocolo in mano. Osservò le linee del nemico mentre l’eco dell’ultima fucilata ancora rimbombava nella valle.
Jack ne approfittò per ricaricare la sua arma e così fecero anche gli altri che gli stavano accanto. 
L’ufficiale riprese la sua posizione e fece un’inequivocabile cenno con il capo per sottolineare l’inutilità del suo eroico gesto. 

Il nemico era invisibile.
Il nemico era più preparato, più motivato, più nutrito e meglio armato.
O almeno così pensava Jack e qualche altra mente semplice al suo fianco.

L’ufficiale, con un cenno della mano, fece smettere di pensare.
Forse anche lui credeva che il nemico fosse decisamente superiore, ma era meglio non lasciare covare quest’idea nel grembo della truppa. 
Jack ubbidì, diede una rapida occhiata intorno e strinse a sé il suo fucile. La canna, il mirino e il suo occhio destro erano diventati una cosa sola, ormai. Non aveva più alcuna importanza se si stava combattendo contro fantasmi, una pattuglia nemica, un unico soldato solitario o un intero esercito. L’ufficiale aveva dato i suoi ordini e bisognava eseguirli. Non aveva importanza capire il perché: c’era lui ad assumersi la responsabilità di pensare e capire anche per conto dei suoi sottoposti.
Una bella responsabilità pensò Jack, poi ritrasse il pensiero e si ricordò che doveva occuparsi unicamente di quello che aveva davanti e non di ciò che aveva dentro.
Il silenzio ripiombò sulla linea del fronte.
La quercia davanti a loro aveva perso qualche foglia, ma forse non soffriva troppo con tutto quel piombo conficcato nella corteccia.
Jack abbandonò la visuale troppo stretta e monotona del suo mirino e si concentrò sui movimenti di un ragno che camminava su e giù all’ombra del suo fucile. Pareva disperato.
Jack sputò via un ciuffo d’erba che aveva inavvertitamente strappato con i denti e fissò dritto negli occhi l’animaletto che aveva sotto il naso.
La vista gli si stava appannando e il ragno, dapprima divenne sfocato poi scomparve dal suo campo visivo. Provò a sforzarsi per rintracciarlo, ma non ne ebbe il tempo perché da sotto la quercia partirono altre raffiche di mitra e alcuni colpi di fucile.
Lui, come altri, si voltò in direzione dell’ufficiale e capì dalla sua terribile maschera d’odio e terrore che vi era un’unica soluzione: rispondere al fuoco e farlo subito. In fretta. Senza esitare.
Jack svuotò tutto il suo caricatore in direzione degli spari del nemico. Gli altri soldati fecero altrettanto.
L’addetto alle comunicazioni torturava la radio per costringerla a parlare con il quartiere generale. L’obiettivo era ottenere informazioni sull’entità del nemico e forse anche l’appoggio aereo per uscire dallo stallo.
L’ufficiale sbraitava con l’addetto. La radio no: non aveva alcuna intenzione di parlare con nessuno.
Davanti a loro il nemico aveva eretto muro di proiettili invalicabile. Non si trattava più di poche decine di colpi sporadici. Ora facevano sul serio.
E nessuno osava contraddirli.
Jack, l’ufficiale e gli altri si spalmarono a terra, dietro i sacchi. Nessuno fiatava, eccetto l’addetto alle comunicazioni che proseguiva con sempre maggiore veemenza nello stupro della sua fedele compagna. 
Poi il muro, d’improvviso, con la stessa velocità con cui venne eretto, crollò e lasciò che l’aria fresca e il fumo si riprendessero la scena.
La quiete dopo la tempesta permise una verifica dei danni subiti, la conta di morti e feriti e un rapido inventario delle armi e munizioni a disposizione.
Due fanti erano stati feriti in modo non eccessivamente preoccupante ma, soprattutto, l’arsenale bellico a disposizione della compagnia era praticamente intatto.
L’ufficiale si alzò in piedi. Incurante del pericolo e del silenzio radio.
Guardò dritto negli occhi i suoi uomini e cercò di convincere anche il più timido tra i conigli che era giunto il momento di trasformarsi in lupo.

Il nemico spreca munizioni e tra non molto rimarrà a secco.
Il nemico ha le stesse nostre paure e gli stessi calzoni ricolmi di merda.
Il nemico è qui perché è stato mandato, altrimenti avrebbe svolto ben altre attività in ben altro luogo.
Il nemico è come noi. Non è un mostro invincibile.

In molti si levarono la pelliccia da coniglio e sfoderarono gli artigli e i canini affilati. Jack no. Lui sudava e tremava più di prima e neanche i suoi pidocchi mostravano il benché minimo segnale di ritrovato coraggio.
Cercò conforto nel piccolo ragno con qui condivideva l’angusto spazio, ma con rammaricò notò che lui si era trasformato in una piccola pallina senza vita. Non era affatto un buon segno. 

L’ufficiale proseguiva ad aizzare la truppa come un capo ultras durante un derby. Non smise un solo istante di camminare e mostrare il petto decorato ai proiettili dei cecchini nemici. Anche quando arrivò una nuova serie di colpi sibilanti e infidi e una nuova pioggia di piombo.
Le nubi sopra le loro teste, intanto, stavano diventando sempre più scure e dense. Correvano davanti al sole pallido sino a ricoprirlo completamente.
Arrivarono anche le prime gocce d’acqua. 
Ma l’ufficiale non ci badò: era ancora impegnato a schivare i colpi dei cecchini e a infondere coraggio a quegli sconosciuti terrorizzati che stavano ai suoi piedi.
Distribuì ormoni, cazzate assurde, caramelle di retorica e pastiglie di veleno, e consigli e minacce. Ma la maggior parte dei suoi soldati erano stanchi e demotivati, neanche una mandria di modelle in topless li avrebbe fatti destare dal torpore.
Poi, il sergente, su disposizione dell’ufficiale, distribuì morfina ai feriti e una generosa razione di grappa, accompagnata da una robusta pacca sulle spalle, agli altri. Qualcun altro riacquistò vigore e si riunì con il branco di lupi già pronti per la battaglia.
Buona parte degli altri, invece, continuava a chiedersi il perché si trovasse lì sotto la pioggia, in mezzo al fango e con il biglietto per il viaggio con Caronte già in tasca.
Nessuno di loro si ricordava più il motivo per cui era scoppiata la guerra. Nessuno di loro ci teneva particolarmente alla bandiera, alla nazione e a quegli strani individui che la governavano.
Tuttavia l’ufficiale era riuscito a infondere grinta, rabbia ed energia nelle batterie esauste dei soldati.

Il nemico è crudele e spietato.
Il nemico uccide e mangia i bambini.
Il nemico violenta e squarta le donne.
Il nemico tortura ed evira i prigionieri.
Nessuna cosa al mondo è peggio del nemico.

La pioggia picchiettava incessantemente sugli elmetti e nascondeva pietosamente le chiazze di urina nei pantaloni dei militari.
Si alzò anche il vento che spazzò via l’odore della polvere da sparo e del sangue.
Fucili e baionette erano pronti per l’assalto.
Le mitragliatrici erano in posizione con accanto le cassette di munizioni.
La bandiera sventolava fiera alle loro spalle.
Finalmente arrivarono gli elicotteri da combattimento. Il loro ronzio sinistro spazzò via la paura dai cuori dei soldati.
L’addetto alle comunicazioni baciò la sua radio.
L’ufficiale si accese una sigaretta.
Dopo pochi secondi le trincee nemiche vennero inondate di fuoco e metallo incandescente. Gli elicotteri scaricarono tutto l’arsenale che avevano a disposizione senza lasciare alcuna possibilità di risposta. Razzi e proiettili esplosivi mandarono in cenere la tana del nemico.
In quel momento i ruoli si erano invertiti: il nemico era diventato preda, non più cacciatore.
Quando gli elicotteri terminarono la loro missione e si allontanarono dal campo di battaglia, il caporale suonò la carica.
Jack e gli altri fucilieri si alzarono in piedi. Saltarono fuori dalla trincea, superarono le barriere di filo spinato e si lanciarono tra i radi cespugli della valle.
Di corsa. Dritti. Senza voltarsi né esitare. Nonostante il pesante equipaggiamento. Nonostante la melma e le pozzanghere sotto i loro piedi.
La morte brandiva la sua falce dietro la prima linea. O forse era solo l’ufficiale con la bandiera in mano.
Qualcuno pregava. Qualcuno urlava. Qualcuno inciampò e si ruppe i denti sulle pietre nascoste dal fango.
Jack pensò a quando era piccolo e giocava nel campetto vicino a casa. Molto spesso aveva fatto la parte del soldato con un fucile artigianale ricavato da due o tre pezzi di legno, qualche volta era stato anche un cowboy con due belle pistole, anch’esse di legno. Non aveva mai fatto la parte dell’indiano, del partigiano o del civile disarmato e questo lo rattristava.
Stava correndo tra le pietre e il fango con un fucile tra le mani. E non era di legno.
Le lacrime correvano veloci sulle tempie mentre il vento e la pioggia rendevano difficoltosa la visuale. Giù in fondo, però, accanto alla vecchia quercia ferita il fuoco e il fumo nero rendevano inequivocabile l’obiettivo.
La meta era vicina. La vittoria anche.
La valle pullulava di divise verdi con dentro un’umanità varia, inquieta e prossima alla follia.
Le raffiche di pioggia e vento non rallentarono minimamente la corsa, ma i proiettili che arrivarono subito dopo, invece si.
La prima linea di ragazzi ansimanti, sudati e fradici di pioggia cadde in blocco, falciata da raffiche di mitragliatrice e colpi di mortaio.
Il nemico forse non era stato indebolito più di tanto dall’attacco degli elicotteri, oppure era talmente numeroso da potersi permettere perdite elevate senza risentirne in modo particolare.
Jack continuò la sua corsa. Senza molto entusiasmo, a dire il vero, e con un passo sempre meno rapido e deciso. Accanto a sé vide accasciarsi numerosi suoi compagni. Qualcuno cadde come un fantoccio senza emettere alcun suono, qualcuno esplose e si divise in mille brandelli sanguinolenti con un rumore atroce, e qualcun altro urlò con quanto fiato aveva in gola mentre qualche parte del proprio corpo andava a pezzi.
Sembravano soldatini di piombo lanciati da un balcone, come quando Jack faceva i dispetti al fratello maggiore per vendicarsi delle sue angherie e gli sterminava tutto l’esercito.
L’unica differenza era che questi urlavano, sanguinavano e morivano. I soldatini di piombo invece no.

Jack continuò a correre, anche se non aveva più nessuno accanto. Dietro, però, la vallata brulicava di suoi compagni armati sino ai denti.
Era lui a condurre l’assalto.
In quel momento si sentì un grande condottiero. Un cavaliere impavido e onnipotente che guidava il suo popolo alla vittoria.
L’artiglieria del nemico non era dello stesso avviso e proseguì a sterminare gli assalitori con grande facilità. Gli uomini cadevano come zanzare sotto i colpi del DDT. La grande chiazza verde si stava diradando, la valle si stava trasformando in un’enorme testa affetta da alopecia.
Jack il condottiero era sempre davanti. Sempre più solo. Sempre più stanco. Ma era a pochi passi dall’obiettivo.

Dieci metri.
Otto.
Il suo cuore correva oltre ogni limite di velocità.
Cinque.
Si voltò e vide solo fumo e qualche ombra alle sue spalle.
Tre.
Due metri.
Raggiunse la quercia fumante.
Il cuore in gola. L’adrenalina aveva rotto gli argini.
Non riusciva a respirare bene né a vedere granché. Sparò nella coltre di fumo. Qualche sagoma si agitava davanti ai suoi occhi e lui proseguì a scaricare tutte le munizioni che aveva a disposizione. Senza prendere la mira. Senza ragionare.
Ma pochi istanti dopo riuscì a scorgere tra i fumi, il fuoco e la fitta muraglia d’acqua, una grossa canna luccicante che si stava spostando velocemente verso la sua direzione. Non fece in tempo a prendere una qualsiasi decisione che la raffica della mitragliatrice lo divise in due all’altezza della vita.
La parte inferiore rimase per un istante in piedi, poi oscillò all’indietro e cadde in una pozza di sangue.
La parte superiore, con l’elmetto, i pidocchi e il fucile ancora ben stretto tra le mani, si spiaccicò sul tronco della vecchia quercia annerita dal fumo. Le offrì sangue, proteine e gli ultimi pensieri sopravvissuti, per sdebitarsi dei proiettili che solo poche ore prima le aveva conficcato tra le fibre.
La vecchia quercia ferita lo perdonò, accettò il dono e abbracciò i resti di Jack tra i suoi rami fumanti.
La paura se n’era andata via, insieme alle sue interiora.
I proiettili del nemico non potevano più fargli del male.


Niente poteva più fargli del male.


+++++

Appendice:


video


Nightfall

Le tracce audio che accompagnano il video sono: "Bombardment of Horrific Torment" e "Rotting Cities" dei Nightfall, una band che ha trovato spazio più volte in queste pagine; le tracce sono tratte dall'EP "Fucking Noise Addicts" del 2010 e sono, rispettivamente, la numero 1 e la 2 in scaletta.
La band è di Philadelphia, Pennsylvania, e ha all'attivo due EP, questo e "Reality is Pain, Life is Suffering" del 2006, e un album, l'eccellente "Fear" pubblicato nel 2013.
Strepitoso Raw Punk, Crust, D-beat alla massima potenza...Colonna sonora perfetta per un video sulla guerra.


La band è attiva dal 2005 ed è composta da Rob, chitarra e voce, Salvo al basso, e Savoy alla batteria.






video


Discharge

Questo video, invece, è accompagnato da due tracce dei Maestri: "Never Again" e "Why." Non è necessario aggiungere altro, dato che i Discharge sono sempre presenti su queste pagine, in un modo o nell'altro, e sempre lo saranno.





Never Again - 1981

A blinding light, winds and firestorms agonised crying 
Never never never again

Unanswered cries of help, panic and desperation
Never never never again

Dazed and stricken survivors search for lost families
Never never never again

Choking lust, crazy with thirst, drinking from poisoned pools and streams
Never never never again

***

Why - 1981

Besides her man she kneels 
Holds him tight and begins to cry 
Why why why but why 

Her loved one's just another piece of meat 
On the battlefields 
Why why why but why 

Her cries break out into screams 
As she now becomes hysterical with grief 
Why why why but why 

Her loved one's just another piece of meat 
On the battlefields 
Why why why but why

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