Lasciate ogni speranza o voi che entrate

Bochesmalas

venerdì 11 novembre 2016

Inferis




Aprì gli occhi e trovò solo il buio. Pensò di aver dormito troppo, ma qualcosa non quadrava in quanto era certo di non trovarsi nel suo letto, dietro alla sue spalle aveva qualcosa di più duro e ruvido rispetto al suo comodo materasso. Niente di simile al suo abituale giaciglio. Inoltre i suoi ricordi più recenti non c’erano dove sarebbero dovuti essere, al loro posto c’era solo una matassa caotica di pensieri e frammenti che non combaciavano. La sua memoria a breve termine pareva definitivamente cancellata, da cosa o da chi non riusciva proprio a capirlo. Il ricordo più prossimo attinente alla sua vita reale risaliva a una normale giornata di lavoro, un pasto frugale e la visione di un vecchio film sul suo divano. Niente altro.
Rinunciò ad approfondire il problema per il momento e decise di alzarsi; aveva l’assoluta necessità di un buon caffè caldo. Provò a mettersi in piedi ma non ci riuscì. Qualcosa lo tratteneva ma non riusciva a capire cosa fosse. Non aveva più il pieno controllo della periferia del suo corpo e non era in grado di capire dov’era il problema. Gli mancava la sensibilità e la percezione del suo corpo nello spazio. Dubitò anche di avere ancora gli arti al loro posto. Non li vedeva e non riusciva a sentirli, tantomeno era in grado di muoverli. Le uniche cose di cui era certo erano le tenebre che avvolgevano ogni cosa e il calore insopportabile che cresceva intorno a lui. Dei suoi occhi non aveva mai dubitato, neanche adesso che non erano in grado di catturare nessuna immagine. Per quanto concerneva la temperatura dell’ambiente era più che certo che fosse elevata perché avvertiva il sudore colare sulla pelle. In parte i suoi sensi funzionavano ancora, qualche segnale, seppur flebile e distorto, ancora giungeva alla centralina di comando.
Poi c’era anche il silenzio assoluto, ma su quanto fosse reale questo nutriva qualche dubbio in quanto non era sicuro di essere ancora in grado di percepire i suoni. Dubitava di avere ancora le orecchie in dotazione, i suoi sensori non le rilevavano dove sarebbero dovute essere, i suoi otoliti erano silenti, i suoi timpani non percepivano altro che il nulla. E il nulla era tutt’intorno.
Mentre era intento a fare l’inventario dei sensi e dei vari quartieri del suo organismo gli parve di intravvedere un bagliore in lontananza. 
Cercò di forzare il sistema di messa a fuoco delle sue ottiche per verificare la veridicità di quello che aveva davanti a sé. Si concentrò. Strizzò gli occhi sino a farli lacrimare. Aggiustò le diottrie e finalmente la luce colpì il suo apparato visivo. Ad una certa distanza l’oscurità era tagliata dal riverbero di una moltitudine di luci che si stavano avvicinando. Una lunga scia di fuoco che si muoveva sinuosa e rapida come un enorme serpente. E proprio come un enorme serpente incuteva paura.
Si sforzò per richiamare a sé le sue membra e la forza necessaria per destare le sue cellule intorpidite, ma non ci riuscì. Nonostante le scariche di adrenalina che sferzavano il suo sistema nervoso il corpo non reagiva. Dalla periferia seguitava a non giungere alcun segnale di vita.
L’unico risultato tangibile era un’insopportabile tachicardia che martellava violentemente nel suo petto e sulle tempie doloranti.
Il serpente era sempre più vicino e la paura cresceva a dismisura sino a divenire incontrollabile. Lui percepiva solo il respiro affannato e pesante, probabilmente dovuto alla moltitudine di sigarette che gli avevano asfaltato i polmoni nel corso degli anni, oltre che al terrore che imperversava in lungo e in largo nel corpo inerme.
Il battito del suo cuore in tumulto seguiva i movimenti rapidi e violenti della massa in avvicinamento. La coda si agitava con una furia selvaggia, incontenibile e minacciosa.
La testa del serpente era lì davanti a lui, con la sua lingua di fuoco. E luce fu.
Le tenebre si dissolsero intorno a lui e per un attimo riuscì a distogliere lo sguardo dagli esseri che aveva davanti e cercò il suo corpo silente. Constatò di essere legato a un palo fissato sul terreno. Trovò gli arti al loro posto, fasciati da pesanti corde e straziati da grossi chiodi neri, ma erano ancora lì. Non provava dolore. Non li sentiva affatto.
I pensieri inerenti il suo stato di salute vennero presto spazzati via dalle fiaccole che quegli esseri agitavano davanti ai suoi occhi. Dietro al muro di fuoco intravvide delle zanne appuntite e unghie lunghe come artigli di belve sconosciute.
Il primo diavolo si inginocchio davanti a lui, facendo ondeggiare la torcia sotto il suo naso. Lui ne percepì l’odore e il calore, sentì anche qualche pelo o capello andare a fuoco, talmente era vicina.
Poi vide il luccichio di un oggetto di metallo che però non riuscì a distinguere bene. Seguì con lo sguardo il movimento rapido del diavolo e a quel punto vide che una pinza gli stava asportando l’alluce sinistro. Vide il sangue zampillare sotto il riflesso della fiaccola, ma non provò nessun dolore e non tentò neanche di urlare. Probabilmente pensava che fosse inutile farlo e attese l’evolversi degli eventi. Anche perché non aveva altra scelta.
L’essere si allontanò con il trofeo nel palmo della mano e si avvicinò un altro. Pareva più grosso e pesante. Infatti faticò un po’ per abbassarsi al suo livello. Ansimava ed emetteva suoni gutturali e un odore fetido e nauseabondo ben più fastidioso rispetto al primo diavolo. Asportò un paio di dita dello stesso piede e si rialzò, barcollando sulle gambe tozze e muscolose.
Gli altri diavoli finirono il lavoro, privando di tutte le dita i piedi dell’uomo. Lui non era in grado di reagire e guardava la pozza di sangue senza provare alcuna emozione. Certo, il sangue era suo, le dita dei piedi erano state sue sino a pochi minuti prima. Ma non provava dolore e anche l’ansia che gli aveva sconquassato il petto sino a poco prima andava scemando, scivolando via nel rivolo di sangue, placidamente. Forse quell’improvvisa quiete era causata della consapevolezza della fine imminente che lo avrebbe liberato dalle corde e dalla paura, per sempre. O forse stava solo diventando pazzo.
I demoni con le fiaccole si allontanarono altrettanto rapidamente di come erano arrivati. Subito dopo si alzò un vento forte e caldo, anzi ardente. Un turbinio di polvere, cenere e lapilli che bruciava la pelle e spezzava il respiro. Restò alla mercé della bufera bollente senza poter far nulla per evitarne la furia. Nel vortice rovente il sangue ai suoi piedi si librava nell’aria e danzava sospinto e mescolato con la terra dalla corrente. Se lo ritrovò in faccia e in bocca e una parte di esso ritornò a casa, attraverso l’apparato digerente.
Gli occhi gli bruciavano, feriti dalla polvere e dalle raffiche sempre più violente.
Mentre la bufera infuriava e le sue narici e i suoi polmoni erano ormai ricolmi di polvere, giunsero altri demoni questa volta a bordo di grandi carri infuocati trainati da enormi scrofe. Uno di loro saltò giù dal primo carro con in mano una sega, altri seguirono ed erano armati con martelli e asce. Si disposero in cerchio intorno all’uomo. Uno tagliò le corde, un secondo dispose il corpo inerme ai piedi del palo e un terzo iniziò a segare gli arti con precisione chirurgica e, apparentemente, senza alcuna fatica.
Lui guardò le sue braccia andare vie e infine salutò anche gli arti inferiori. Il sangue zampillava senza sosta e si distribuiva in ogni dove, sospinto dal vento e dal cuore che disperatamente pompava sempre più in fretta per compensare la falla.
Anche questi diavoli andarono via, frustando le loro scrofe sudate, tra gli ululati del vento. Lo lasciarono lì, solo un tronco, come una botte con il rubinetto aperto che stava perdendo il suo vino sino all’ultima goccia.
Ma lui, con un ultimo gesto disperato, diede un colpo di reni e rotolò giù dal colle dove era stato legato e smembrato. Scivolò sulle dune di polvere e terra ardente, sbattendo su pietre acuminate e lacerando quel poco di pelle e carne integra che ancora possedeva. La scia del suo sangue si distese come un lungo tappeto rosso, seguendo le sinuose rotondità del terreno.
Infine giunse ai bordi di un dirupo. Provò a sporgere la testa per vedere cosa c’era sotto, ma vide solo tenebre, fitte e impenetrabili. Si guardò intorno, riprese fiato per un’ultima volta, e si lanciò nel vuoto, nel nero più assoluto.
Il volo pareva non finire mai. Nessuna particella di luce a rischiarare la caduta verso il nulla.
Mentre precipitava, la sua vita gli correva accanto, ma era sfuocata e indefinita, quasi non fosse più la sua. L’attrito dell’aria saturava le narici impedendogli di utilizzare l’apparato respiratorio a pieno regime. Nel volo aprì la porta alle sue deiezioni che, ormai, non controllava più.
Come una stella cadente precipitava nel cielo nero, lasciando una scia di sangue, lacrime e merda.
Mentre era ormai sicuro di morire a mezz’aria, nel vuoto, si ritrovò in mezzo all’acqua con un tonfo tremendo che consumò quasi completamente la sua già esigua scorta d’ossigeno. Anche l’acqua era nera, densa e priva di vita. La pressione su quello che restava del suo corpo divenne insostenibile; la massa di liquido lo stava schiacciando definitivamente. Ma il suo tuffo disperato terminò in uno stretto canale colmo di liquami viscidi e maleodoranti. Superò alcune curve a gomito e una strettoia quasi incompatibile con il passaggio di un essere umano e con la vita stessa. Lui però non aveva braccia che lo avrebbero potuto ostacolare e riuscì a varcare quella strettoia impossibile. Finalmente un ultimo spruzzo d’acqua concluse la sua corsa e l’aria si riappropriò dei polmoni. La sua testa fuori da uno stretto buco e infine la luce, forte e accecante, ma mai tanto desiderata.
- Ahh!! - urlò una voce femminile con quanto fiato aveva in gola. - E tu chi…cosa cazzo sei?
La testa cercò di riprendere fiato e liberarsi dall’acqua in gola, ma non fece in tempo a dire e fare nient’altro.
La padrona di quella voce afferrò un bastone, presumibilmente destinato al lavaggio dei pavimenti, e lo sbatté con quanta forza aveva sulla testa che sbucava dal suo wc.
- Vaffanculo! Ritorna da dove sei venuto, stronzo.
E la testa e con essa tutto il tronco sanguinante venne ricacciata nelle fogne e qui trovò la morte ad attenderlo a braccia aperte.
Tuttavia non trovò la pace eterna. Morì soffocato dalle feci e non si ricongiunse mai più ai suoi arti.

- Merda siete e merda ritornerete! - urlò la donna, tirando lo sciacquone.

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